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Difesa sindacale n.2
       Bollettino di coordinamento dei Comunisti Anarchici e Libertari in CGIL n.8 febbraio ’12


  Difesa Sindacale
Comunisti anarchici e libertari in CGIL

 

Per il rilancio dell’egualitarismo nell’azione sindacale
SEMINARIO
26 febbraio 2012 Ore 9,30
Sede FLC – CGIL, Piazza Indipendenza n.8 Firenze
            Ore 9,30:
             Presentazione: Carmine  Valente - Segretario  Generale Funzione  Pubblica CGIL - Livorno
             Saluto: John Gilbert - Segretario FLC - CGIL – Firenze           
Ore 10,00:

 Coordina:Saverio Craparo

•Per il rilancio dell’egualitarismo nell’azione sindacale quale premessa per l’unità di classe di tutti gli sfruttati

  Giulio Angeli - Comitato Direttivo FLC – CGIL - Pisa

            • Egualitarismo e politiche contrattuali nella realtà della crisi.

                            Mario Salvadori - Segretario Generale FILT – CGIL - Lucca

• Comunismo anarchico, lotta di classe, egualitarismo.

                          Adriana Dadà - Università di Firenze
0re 11,30
     Dibattito:
     Coordina:Stefania Baschieri
0re 13,00
     Pausa con piccolo buffet
Ore 14.00
     Prosieguo dibattito

                        

                                                                                            Per informazioni e contatti: difesasindacale2011@gmail.com


         Per il rilancio dell’egualitarismo nell’azione sindacale quale premessa per l’unità di classe di tutti gli sfruttati.

            Le più recenti indagini statistiche dimostrano che in questi ultimi venti anni il 60% della ricchezza prodotta è andato a incrementare i profitti e le rendite, mentre solo il 40% ha incrementato i salari. L'Italia è quindi, in termini di reddito, un paese profondamente diseguale, là dove il 10% delle famiglie italiane detiene il 45% della ricchezza.

            Questa stratificazione sociale è cresciuta nei cicli della crisi e della ristrutturazione capitalistica, ma sarebbe miope attribuire solo a queste dinamiche l’intera responsabilità dell'attuale disgregazione sociale.
            Dal punto di vista dell'analisi, non è, infatti, possibile comprendere l'evoluzione della ristrutturazione capitalistica in Italia senza una critica obiettiva alla strategia riformista che si concreta nella svolta dell'EUR, sostenuta dalle organizzazioni sindacali confederali a partire dal gennaio del 1978. Con la proposta dell’EUR il “sindacato, infatti, si fa garante dello sviluppo e pilastro centrale di sostegno delle istituzioni. Assume a interesse supremo e prioritario la salvezza dell'economia italiana e sceglie definitivamente la politica delle compatibilità…. La politica che si sceglie nei fatti è quella così detta dei due tempi. Il sindacato concede unilateralmente al padronato un'autolimitazione delle richieste salariali in cambio d’investimenti, soprattutto nel mezzogiorno, e una lotta alla disoccupazione che non verranno mai”.
(Professionalità mito sindacale – Crescita Politica Editrice - Firenze 1982).
            Si definisce ancor più il lento processo d’integrazione del sindacalismo confederale nel sistema capitalistico e la sua subalternità nei confronti dell’imperialismo italiano che impediscono al sindacato un punto di vista autonomo nei confronti della crisi, non consentendo la comprensione e la critica ai processi di ristrutturazione che, d’altronde, si rinuncia a contrastare.
            Successivamente, il meccanismo della contingenza (scala mobile), già alleggerito di 4 punti nel 1984 dal governo Craxi, è abolito del tutto dall’accordo del 31 luglio del 1992, a cui segue il protocollo del 23 luglio del 1993 siglato tra CGIL – CISL - UIL, Confindustria e Governo in materia di politica dei redditi, inaugurando la stagione della concertazione.
            Queste scelte, continuando ad agevolare la ristrutturazione, apriranno la strada alla flessibilità dei diritti, concretatasi con la legge n. 196 del 1997, nota come “pacchetto Treu” e, successivamente, la legge n. 30 del 2003, consentirà alla precarietà di dispiegare la propria disgregante influenza sull'organizzazione del lavoro, minando prima e abolendo poi storiche conquiste del movimento sindacale, con la profonda polverizzazione e divisione di classe già indotta dalla crisi, a cui seguirà l’insorgere del corporativismo e dell’intolleranza.
            In questa transizione che abbiamo inteso schematizzare con alcuni caratteristici e qualificanti passaggi, non vi è oggi spazio per il concetto di uguaglianza. I giovani stessi sono educati alla competizione come valore e sono esortati a “mettersi in gioco” per accaparrarsi la parte più succulenta della torta.
            Noi siamo contro la competizione tra i lavoratori, nella società e nella vita. Siamo anche contro il merito e la sua distorta conseguenza, la meritocrazia.
            Siamo contrari perché non siamo liberali, ma comunisti anarchici e non proponiamo la competizione tra esseri umani ma la solidarietà e, in subordine, il pareggio; continuiamo a credere alla necessità dell’abolizione dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, per un mondo di liberi e uguali, là dove il lavoro manuale assuma la medesima dignità e importanza di quello intellettuale, là dove non vi siano più differenze tra sessi, razze e credi politici e religiosi, perché siamo convinti che gli esseri umani siano tutti uguali, e che le differenze nelle quali sono relegati non costituiscano una storica necessità, ma una prerogativa della società capitalistica e della conseguente divisione in classi dell’umanità.

La necessità di una prospettiva egualitaria


            L’egualitarismo non nega che la natura ci generi tutti diseguali; nega che sia compito della società quello di cristallizzare, anzi di approfondire, il solco di queste differenze. L’essere umano si consorzia in società per ottenere un surplus di energia dall’unione di più individui, cercando di ottenere da ognuno quanto egli può fornire e restituendo a tutti quanto da soli non potrebbero mai ottenere.
            Chiunque faccia parte del consorzio umano ottiene da questa consociazione un vantaggio, per quanto grandi possano essere le proprie individuali potenzialità: senza il contributo collettivo dei meno dotati la sua lotta contro l’ambiente naturale sarebbe necessariamente perdente.
            Ne consegue che l’egualitarismo non è una benevola concessione dei più dotati a coloro che meno lo sono, ma il derivato dell’ovvia constatazione che il prodotto di un sistema sociale non è la somma pura e semplice dell’apporto dei singoli, ma il concretizzarsi di un’azione collettiva che beneficia dello sforzo di ognuno. Esso è, quindi, la semplice conseguenza di una visione solidaristica dell’umano consorziarsi.

Merito e meritocrazia


            A tutto ciò la vulgata liberista oppone che il livellamento dei redditi comporterebbe una mancanza di spinta propulsiva per le aspirazioni dei singoli, aspirazioni che poi costituirebbero l’unica vera molla dell’umano progresso; ne discenderebbe anche un autentico paradiso per i furbi che tenderebbero a vivere a carico degli altri, quelli più responsabili e deontologicamente corretti.            È facile osservare che coloro che di più privilegi godono in una “società aperta” non sono i più dotati, ma i più privi di scrupoli: un faccendiere si appropria di una quantità di beni aggiuntiva incommensurabilmente maggiore di un premio Nobel.  
            La meritocrazia, quindi, difficilmente premia i meritevoli. Questi spesso esplicano la propria attività utile a tutti senza particolari prebende; altrimenti difficilmente si spiegherebbe il fenomeno di miglia di ricercatori e scienziati che studiano e producono risultati e innovazione a fronte di stipendi sicuramente onorevoli, ma non certo da favola, adeguati cioè al loro livello di “merito”, se questo dovesse essere veramente il metro di paragone.     
            Tutto quanto detto sinora potrebbe essere puramente teorico e scontrarsi con dati reali che ci raccontino di una storia sindacale costellata di successi sulla strada della diversificazione salariale e viceversa perdente quando la lotta abbia imboccato la strada del “livellamento egualitaristico”. La lezione della storia è invece esattamente il contrario.

Meritocrazia, divisione e solidarietà di classe


            Da sempre i successi delle lotte intraprese dalle classi subalterne hanno conosciuto crescita di consenso sul terreno solidaristico, mentre l’attacco della controparte padronale è sempre ripartito dalla stratificazione salariale, dalla divisione tra operai ed impiegati, dal riconoscimento di piccoli quanto inutili privilegi per alcuni al fine di rompere il fronte di classe. 
            Ma anche il sindacato fa la sua parte, offrendo una sponda sicura al ripristino del comando capitalistico nella fabbrica e nella società.
            A partire dalla strategia dell’Eur approvata, è opportuno sottolinearlo, da CGIL-CISLUIL nel febbraio 1978, si dipana lo smantellamento dell’obiettivo egualitario, fino a giungere all’imposizione dell’ottica della “professionalità”, per premiare il merito, in un’epoca in cui le nuove tecnologie destrutturano le vecchie professioni per rendere sempre più simili le varie prestazioni lavorative tra di loro.
            È proprio il caso di dire che l’esperienza non insegna nulla, quella che chiamano ragionevole aderenza alla realtà, è invece una resa senza condizioni, che smobilita le capacità di lotta del movimento e, per di più, frutta ai “ragionevoli” emarginazione e perdita di potere.
            Continuiamo a credere, che i costanti richiami al senso di responsabilità e alla collaborazione di classe provenienti dalla sinistra parlamentare e replicati da ampi settori del sindacalismo confederale, tendano ancora una volta verso il miraggio di un rilancio imperialistico sui mercati internazionali per tentare di ridare benessere al paese.
            E’ opportuno chiarire che da questo miraggio non scaturirà benessere, ma la concorrenza tra i lavoratori italiani e stranieri che comporterà la disperazione e la rabbia dei perdenti, dei disoccupati autoctoni contro gli immigrati visti non come alleati ma come concorrenti da respingere, oltre allo scontro tra settori lavorativi più forti contro quelli più deboli e meno tutelati, così come le intolleranze a sfondo razzista, le proposte di gabbie salariali e le recenti vicende FIAT dimostrano.

Alcune prospettive ugualitarie


            In questo contesto apprezziamo l’opposizione della CGIL, l’unica vera opposizione sociale esistente nel nostro paese e che, d’altronde, abbiamo sostenuto in ogni istanza: ma sappiamo anche che essa, per essere vincente, deve costantemente rinnovarsi per abbandonare definitivamente la zavorra delle compatibilità con il sistema capitalistico e sviluppare strategie che abbiano alla base un chiaro concetto egualitario, rilanciare l’unità e la solidarietà tra i lavoratori e cioè l’unità e la solidarietà di classe.

            E’ inaccettabile lo sventagliamento in innumerevoli livelli d’inquadramento e categorie salariali, specialmente in una fase avanzata della ristrutturazione dei cicli lavorativi, là dove lo sviluppo tecnologico tende a unificare le mansioni se non a banalizzarle, riducendo o, modificando al ribasso la professionalità di antiche figure. Il proliferare dei livelli apicali e di posizioni organizzative e di responsabilità, così come accade nella Pubblica Amministrazione risponde esclusivamente a logiche di controllo dell’organizzazione del lavoro, alla divisione dei lavoratori e a rendere ancora più difficoltosa l’organizzazione e l’attività sindacale. E’ allora inaccettabile continuare a dissertare sulla questione salariale, quando l’obiettivo da articolare non può che essere il seguente: aumenti salariali uguali per tutti con compensazione per i livelli più bassi per sanare, almeno parzialmente, le profonde discriminazioni di reddito per come si sono sviluppate, specialmente tra soggetti deboli e dotati di minor potere contrattuale.
            Le inevitabili differenziazioni dovranno tener conto dell'utilità sociale del lavoro, dei livelli di rischio e di responsabilità e, solo successivamente, dei titoli di studio e dell'inquadramento per livelli.  Sarà per tanto necessario procedere verso un opportuno accorpamento di categorie, figure, livelli e mansioni: cioè procedere a unificare i contratti collettivi diminuendone il numero, per meglio difendere il contratto in quanto strumento collettivo di tutela, valido per tutti su tutto il territorio nazionale.
E' inoltre indispensabile respingere la contrapposizione tra contratto nazionale e contrattazione decentrata affermando la logica che questa sarà tanto più articolabile quanto più lo strumento contrattuale sarà rafforzato, definito e generalizzato.

            Ma è necessario guardare oltre i confini nazionali e all’internazionalizzazione capitalistica opporre l’internazionalismo di classe con la costituzione di un forte sindacato europeo per i contratti dei lavoratori d’Europa.
Difesa Sindacale
(Sintesi della relazione introduttiva al seminario sull’egualitarismo che si terrà a Firenze il 26 febbraio pv.)

           

La cancellazione dell'art. 18 indebolisce i lavoratori e li lascia soli ed esposti al ricatto del padrone.

Stefania Baschieri**

La politica che sta attuando questo governo è in assoluta continuità del precedente, anche se il cambio di stile e la moderazione dei comportamenti, sia sul piano personale sia sul piano dell'approccio alle questioni generali, hanno prodotto un tale consenso tra la gente che impedisce ai più di vedere quanto pericolose siano le scelte che Monti e i suoi ministri stanno portando avanti.
Eppure basterebbe analizzare quanto fatto dall'indomani della nomina per capire che la filosofia che caratterizza l'azione del governo è chiaramente improntata a scelte di classe precise che scaricano i costi della crisi sulle spalle dei lavoratori, dei pensionati, di tutti coloro cioè che non l'hanno certamente provocata, ma che, in perfetta coerenza con le politiche liberiste, devono pagarne i costi.
Così è stato per quanto riguarda la “riforma” delle pensioni che brutalmente e con profondo sprezzo dei normali percorsi di confronto con il sindacato, da un giorno all'altro ha cancellato le pensioni di anzianità e contemporaneamente portato a 67 anni quelle di vecchiaia, con un’accelerazione di una tale violenza che nemmeno il precedente governo Berlusconi era riuscito a mettere in atto.
Quest’ operazione, in presenza di una fase di recessione economica, riconosciuta dallo stesso governatore della Banca d'Italia, con un pesante aumento delle crisi aziendali e conseguenti negative ricadute occupazionali, non farà che drammatizzare le condizioni di tutte quelli lavoratrici e lavoratori che si troveranno ad essere espulsi dal proprio posto di lavoro e contemporaneamente non avranno più le condizioni per accedere alla pensione.
Ci sarebbe da ridere, se non fosse drammatico, a pensare che la giustificazione per tale decisione sia stata, da una parte che il costo del sistema pensionistico era tale da rendere non più rinviabile una riforma strutturale dell'intero sistema (leggi tagli alle prestazioni), dall'altra che questo avrebbe creato maggiori opportunità di lavoro per i più giovani.
Peccato però che i conti dell'INPS erano assolutamente in ordine e addirittura in attivo
e quindi dobbiamo pensare che questa operazione è stata fatta solo per un motivo ben preciso: fare cassa con i soldi dei lavoratori senza andare a mettere le mani laddove i soldi ce ne sono in abbondanza, magari attraverso una seria patrimoniale.
D'altra parte per quanto riguarda i giovani non si capisce quali opportunità questa operazione possa produrre dal momento che se si allontana la pensione non si liberano posti di lavoro né se ne creeranno di nuovi vista la fase recessiva che attraversa il Paese.
L'azione di questo governo risponde ad una logica ben precisa ed è quella di coloro che ritengono che per sostenere il costo della globalizzazione senza mettere in discussione l'accumulazione dei profitti, si debba agire sulla riduzione dei diritti e delle conquiste realizzate con le lotte e con i sacrifici dei lavoratori.
E' un'operazione che punta a ridisegnare i confini di classe a favore delle banche, del profitto, della speculazione economica e finanziaria, in una parola, a favore del sistema capitalista.
E' in questa logica che si colloca l'attacco che viene portato avanti nei confronti dell'articolo 18.
E' un attacco che, come nel caso delle pensioni, è stato preceduto da un’enfatizzazione da parte di giornali, televisione, dibattiti vari in cui non si è fatto che ripetere quanto la precarizzazione dei giovani fosse conseguenza delle eccessive tutele possedute solo da una parte del mondo del lavoro, quella parte cioè che con le sue lotte si era conquistata norme e diritti tra cui appunto l'articolo 18.
Si è artificiosamente costruita una contrapposizione tra “garantiti anziani” e “precari giovani”, tra padri e figli, dove i padri sarebbero i responsabili delle difficoltà lavorative dei propri figli. Tutto questo evitando accuratamente di ricordare tutte quelle leggi e quegli attacchi portati avanti negli ultimi 15-20 anni con il solo obiettivo di destrutturare completamente il mondo del lavoro trasformando il lavoro in merce e i lavoratori in sudditi.
Basti pensare alla famigerata legge 30 che ha introdotto una tale molteplicità di forme di lavoro precario che, unitamente a quanto già operato da norme precedenti quali il “pacchetto Treu”, hanno prodotto una frantumazione del mercato del lavoro che non ha eguali e che è la vera causa della precarietà.
Nel dibattito che si è aperto sulla riforma del mercato del lavoro, la ministra Fornero ha affermato che le tutele e i diritti che ancora attengono a quella parte del mondo del lavoro cosiddetta garantita, devono essere “spalmate” su tutte le forme di lavoro, laddove il termine “spalmare” ha il preciso significato di abbassamento del livello di protezione nei rapporti di lavori.
Si giustifica tale scelta con la motivazione che l'eccessiva rigidità (!!!) in uscita impedisce la crescita e gli investimenti dimenticando volutamente che la stessa OCSE ha affermato in più occasioni che non c'è assoluta relazione tra maggiori tutele nel rapporto di lavoro e aumento della disoccupazione e che, sempre secondo le stime OCSE, l'Italia rispetto agli indici di rigidità e di protezione sul lavoro, è ormai allineata ai regimi di bassa protezione.
Inoltre da un sondaggio effettuato dalla stessa Confindustria emerge che, secondo le imprese, se la crescita non arriva la colpa non è negli ostacoli all'uscita dal lavoro, ma della domanda scarsa e dell'insufficienza di capitali da investire.
Peraltro è singolare affermare la drammaticità della situazione occupazionale dei giovani e non solo, e poi dire che la soluzione sta nel rendere più facile i licenziamenti; perché, al di la degli eufemismi, è di questo che si sta parlando e che si vuole realizzare.
Forse sarebbe più opportuno affrontare il tema del mercato del lavoro con l'obiettivo di cancellare tutte quelle forme atipiche che sono la vera causa della precarietà; come pure si dovrebbero allargare le tutele nel lavoro perché, in una situazione di crisi e di recessione come l'attuale, è prioritario costruire percorsi di protezione per coloro che vengono espulsi dal lavoro e operare per favorire l'ingresso nel mondo del lavoro magari attraverso una formazione vera accompagnata da forme di incentivi che favoriscano la stabilizzazione del lavoro stesso.
Ma di questo non se ne parla o se lo si fa si premette che comunque mancano le risorse e
pertanto rimane una remota possibilità, mentre è assolutamente concreta la volontà di andare comunque a eliminare le tutele dell'articolo 18.
E questo non solo per una questione di principio, per quanto giochi un ruolo anche questo aspetto perché eliminarlo vorrebbe dire aver isolato completamente quella parte di sindacato e di personale politico che ancora vuole difendere con forza le ragioni del lavoro; ma vi è anche una ragione molto più concreta e densa di conseguenze ed è quella che la cancellazione dell'art. 18 indebolisce i lavoratori e li lascia soli ed esposti al ricatto del padrone.
L'articolo 18, anche per coloro che non ne possono usufruire perché al di sotto della soglia numerica, è comunque un forte deterrente, anche culturale, e la sua cancellazione sarebbe una sconfitta per l'intero mondo del lavoro.
Penso alle ricadute negative che un'eventuale abolizione dell'art. 18 avrebbe per le donne, per i lavoratori con problemi di disabilità, per i delegati sindacali, ma in generale per tutti i lavoratori che si troverebbero in una condizione di assoluta subalternità e solitudine di fronte al padrone.
Senza l'art. 18 anche il sindacato sarebbe più debole e allora, non sarebbe male che tutta quella parte che esprime forte contrarietà alla manomissione di quest’articolo, a partire dalla CGIL, si mobilitasse perché se oltre alle parole si vedessero in giro anche forti iniziative di massa, forse sarebbe più facile respingere questo attacco.


* *CGIL Lucca

 

I Contratti del pubblico impiego, tra disciplinamento legislativo e debolezza sindacale


Edo**


L’ex ministro della Pubblica Amministrazione Renato Brunetta, intervistato dal “Corriere della sera” in occasione dei primi provvedimenti del governo Monti, ha affermato che a quest’ultimo basterà “implementare le cose che ho fatto io…… so che Monti porterà a compimento la mia riforma”.
E certamente il curriculum del neo ministro della funzione pubblica Filippo Patroni Griffi, super tecnico dell’apparato amministrativo dello Stato sia sotto i governi Berlusconi che Prodi, lascia ben sperare i partiti di centrodestra e di centrosinistra nella continuità bipartisan, del nuovo “comitato d’affari” della borghesia, con le misure di torchiatura sociale finora adottate nei confronti dei lavoratori pubblici.
La conferma della linea della compressione salariale nel pubblico impiego – il cui contratto nazionale per il triennio 2010/2012 è, infatti, bloccato per legge - costituisce ormai il miglior biglietto da visita con cui ogni nuovo esecutivo, indipendentemente dal colore politico di riferimento, si presenta ai poteri forti bancari e finanziari, sia nazionali che europei, per accreditarsi come soluzione ai problemi dell’imperialismo italiano sul versante della crisi del debito e della voragine incolmabile del parassitismo statale.
Assistiamo pertanto, anche col governo dei professori, all’ennesimo e per niente inaspettato giro di vite sui già tartassati redditi dei dipendenti del settore pubblico; con la sola non secondaria differenza che tutto l’attivismo sindacale, messo in campo dalle federazioni di categoria nei confronti dei precedenti inquilini di Palazzo Chigi, è stavolta improvvisamente scemato.    
Dopo una sfilza di ben sette “scioperi generali” – innescati, più che altro, dalla logica tutta riformista di non subire l’esclusione dai tavoli politici della concertazione - non s’intravede oggi una reazione seria che metta, ad esempio, all’ordine del giorno una mobilitazione finalizzata almeno alla riconquista del Contratto Nazionale di lavoro.
Non possiamo però limitarci alla semplice, seppur doverosa, denuncia dell’atteggiamento di sostanziale passività tenuto dai vertici delle organizzazioni sindacali nazionali; occorre cercare di andare più a fondo e capire meglio le ragioni, soprattutto di tipo oggettivo, che determinano l’attuale situazione di stasi; per fare questo può essere utile iniziare il nostro ragionamento ripercorrendo, per sommi capi, le principali tappe che hanno segnato la storia dei Contratti Nazionali nel pubblico impiego.
Bisogna partire dalle vicende e dal significato della cosiddetta “privatizzazione” della pubblica amministrazione del 1992/1993, all’epoca cioè dei governi Amato e Ciampi. Tale riforma si preoccupò innanzitutto di separare il personale pubblico in due grandi aree nettamente differenti dal punto di vista dei compiti svolti, oltre che dei rispettivi trattamenti economico-normativi: da una parte magistratura, prefetti, polizia, esercito e alta Dirigenza, che non furono minimamente sfiorati nel loro status dagli effetti della privatizzazione; dall’altra il restante personale - suddiviso a sua volta nei comparti della scuola, della sanità, dei ministeri, degli enti locali, ecc. - il cui rapporto di lavoro fu, questo sì, regolamentato da Contratti Nazionali al pari dei dipendenti del settore privato.
Questi contratti di tipo privatistico, la cui introduzione fu vista con sostanziale favore dalle Confederazioni sindacali, avevano però ambiti di manovra molto limitati, in quanto non potevano intervenire su materie fondamentali – parliamo di organizzazione dei servizi, uffici, dotazioni organiche, mobilità, concorsi – che sono rimaste, esattamente come avveniva in precedenza, disciplinate per legge e gestite unilateralmente da una Dirigenza le cui prerogative sono state a tale scopo rafforzate.
L’unica materia in teoria demandata alla libera contrattazione tra le parti, cioè quella salariale, era in realtà soggetta ai vincoli imposti con le annuali Leggi di Bilancio del Governo ed ai controlli asfissianti di organismi centrali dello Stato, come la Corte dei Conti (la magistratura contabile), fortemente limitativi di ogni iniziativa sindacale anche in ambito di pura rivendicazione economica.
Un regime contrattuale, come si può facilmente costatare, che forniva la copertura giuridica e un comodo alibi al perseguimento del vero obiettivo di tutta l’operazione, mettere cioè le briglie a ogni velleità di crescita incontrollata dei livelli retributivi, non tanto del personale di tutta la pubblica amministrazione quanto della sola parte privatizzata di essa.
Con la riforma Brunetta del 2008/2009 queste caratteristiche sono state inasprite: i Contratti Nazionali dei vari comparti del pubblico impiego sono stati ridotti a un ruolo puramente marginale rispetto al primato della regolamentazione per legge dei rapporti di lavoro; in analogia con quanto fondamentalmente accaduto in ambito privato, tali contratti sono stati svuotati anche di quel poco di contenuto e potere negoziale loro concesso con le riforme degli anni precedenti.
È innegabile che il sindacato del pubblico impiego si sia opposto a tale declino protestando a squarciagola contro l’arroganza delle iniziative brunettiane. Ma non va dimenticato che è stata proprio la politica moderata e concertativa, partorita con gli accordi del luglio 1993 e perseguita da CGIL-CISL-UIL per lunghi anni, ad aver oggettivamente spianato la strada agli attuali provvedimenti in materia di blocco delle retribuzioni a livello nazionale, blocco pressoché totale delle assunzioni, azzeramento delle già esigue possibilità di contrattazione integrativa.
All’appuntamento col governo tecnico ed alle sue misure draconiane di sacrifici a senso unico, i lavoratori pubblici ci sono dunque arrivati senza margini di autonomia rispetto al disciplinamento operato dalle leggi dello Stato, subalterni ai mutevoli avvicendamenti del quadro politico, privi di adeguati strumenti di difesa, come appunto un Contratto Nazionale degno di questo nome.
Ma non c’è solo la debolezza sindacale, la mancanza di un contratto vero e, di conseguenza, di una contrattazione vera a spiegare lo scarso potere negoziale dei lavoratori del pubblico impiego. Occorre esaminare altri fattori di tipo, potremmo dire, più “sociologico”: è necessario cioè tenere in debito conto alcune particolarità che contraddistinguono il mondo del lavoro pubblico dalla restante massa del lavoro salariato.
Il pubblico impiego – ci riferiamo ovviamente alla sola parte “contrattualizzata” a seguito della privatizzazione del 1992 - è un settore profondamente diversificato al proprio interno. Con differenze non solo per tipologia lavorativa e relative aree contrattuali (i comparti) - si va dall’infermiere di un ospedale all’impiegato di un ministero – ma anche per appartenenza a livelli istituzionali separati: comunale, provinciale, regionale, statale centrale, ecc.
A sua volta all’interno di un solo ente pubblico, ad esempio un Comune di grande dimensione, possiamo trovare una grande varietà di specializzazioni: dall’agente di Polizia Municipale alle educatrici di asilo nido, dai geometri degli uffici tecnici agli psicologi dei servizi sociali, dagli esperti informatici ai fisioterapisti per l’assistenza agli anziani, ecc.
Senza contare la presenza, nello stesso ente, di lavoratori precari o alle dipendenze di aziende private, che sotto varie forme (cooperative, società appaltatrici, ecc.) gestiscono servizi locali “esternalizzati”.
Oltre alle divisioni di tipo funzionale o istituzionale, bisogna tenere presente che il pubblico impiego contrattualizzato è frazionato anche dal punto di vista sociale, con personale dipendente vero e proprio da una parte e personale “manageriale”, come Dirigenti e alti funzionari, dall’altra; considerato il peso niente affatto secondario di quest’ultima tipologia di personale in alcuni specifici rami di attività, si comprende il carattere interclassista – comprendente cioè interessi tra loro conflittuali – dell’insieme dei soggetti che operano in ambito pubblico.
Dal punto di vista anagrafico, poi, riscontriamo una età media del personale altissima, come effetto più eclatante del sostanziale blocco del turn-over e delle restrizioni adottate per impedire la fuoriuscita per pensionamento. In una recente classifica dell’Ocse (l’organizzazione dei 34 paesi più sviluppati) l’Italia figura addirittura al primo posto nella percentuale di dipendenti pubblici con più di 50 anni: un impiegato su due!
Persiste inoltre una situazione di relativo vantaggio rispetto a tutti gli altri lavoratori del settore privato, data (finora) dalla sicurezza, in generale, del mantenimento del posto di lavoro.
Non va sottovalutato infine che la collocazione del dipendente pubblico all’interno della organizzazione del lavoro lo porta ad essere in contatto, a volte anche stretto, con circuiti e ambiti politico-amministrativi; il che facilita una certa sua tendenza a cercare la soluzione dei propri problemi, anziché nella lotta collettiva e nella solidarietà con la classe di appartenenza, nel legame di tipo clientelare col politico di turno.
Tutto questo fa del pubblico impiego contrattualizzato un complesso eterogeneo - dal punto di vista funzionale, sociale e politico - tale da favorire non certo il senso dell’aggregazione ma semmai la tendenza all’individualismo ed al corporativismo.
Con questo discorso non si intende discriminare uomini e donne che lavorano, ma semplicemente individuare le ragioni oggettive, come la maggiore disponibilità retributiva e le prospettive di carriera, del prevalere, come spesso accade all’interno degli strati salariati, di atteggiamenti opportunistici e rinunciatari contrari ad ogni etica di coerenza e solidarietà classista. 
Questo discorso è inoltre necessario per aiutarci a definire, nella massa a prima vista indistinta del pubblico impiego, quella parte comunque maggioritaria di lavoratori di categoria medio-bassa che, per livelli retributivi, condizioni di lavoro, volontà di lotta, costituiscono a tutti gli effetti i veri “proletari”, da organizzare e difendere.
La tendenza alla disgregazione è una costante all’interno della dinamica generale dello sviluppo della forza-lavoro salariata. Non ignorarla e analizzarla nelle sue manifestazioni concrete è un passo decisivo per contrastarla, approntando gli strumenti più adeguati.
A questo proposito una utile esperienza, che la CGIL Funzione Pubblica farebbe bene ad imitare, ci viene dalla Germania del periodo post riunificazione, dove il sindacato dei dipendenti pubblici, all’inizio del decennio scorso, decise di opporsi agli effetti della crisi economica, della ristrutturazione dei servizi e della perdita di consensi sindacali con una politica di aggregazione tra più organizzazioni di categoria, sia PUBBLICHE che PRIVATE.
Nel 2001 nacque “VER.DI.” - abbreviazione che in italiano significa “Unione dei sindacati del settore dei servizi” – a seguito della fusione di ben cinque strutture di categoria:

  • sindacato degli impiegati statali
  • sindacato degli impiegati del settore postale
  • sindacati del settore commercio, banche e assicurazioni
  • sindacato del settore stampa, pubblicistica e arte
  • sindacato del settore pubblico e dei trasporti

Attualmente VER.DI. conta oltre 2 milioni di iscritti, è il secondo sindacato più grande della Germania dopo IG Metall, ha un potere negoziale enorme che gli permette di strappare, nel corso delle sue vertenze, aumenti retributivi anche superiori al tasso di inflazione.
Indubbiamente il numero dei tesserati non costituisce di per sé un elemento di forza e di garanzia per la tutela degli interessi dei lavoratori. Ma certamente la storia del movimento operaio ci insegna che il fattore organizzazione, sia sul terreno sindacale sia su quello politico, è il primo anello a cui i proletari possono saldamente afferrarsi per risalire la china scivolosa verso cui implacabilmente li sospinge il capitalismo.   

* *FP CGIL Milano

 

                                                                                         

Memoria

ALBERTO MESCHI

Nacque a Borgo San Donnino (l’odierna Fidenza) da famiglia operaia il 27 maggio 1879. Il padre, trasferitosi a La Spezia quando Alberto era ancora fanciullo, vi mori suicida.
Alberto cominciò a lavorare fin dalla tenera età in qualità di apprendista muratore; autodidatta , iniziò la sua attività politica pubblicando articoli sul  “Pro Coatti” di Genova (ottobre-dicembre 1899), quindi sul periodico sindacale  “L'Edilizia”  e sul foglio antimilitarista  “La Pace”.  Da La Spezia dove continuava a vivere si fece corrispondente dell’ “Avanguardia Socialista”  di Milano il periodico diretto da Walter Mocchi e Arturo Labriola.  Nel dicembre  1903 tornò a Borgo San Donnino dove trovò lavoro come muratore e qui si trattenne fino al 1905 quando andò a stabilirsi a Genova.
In questo ultimo centro lavorò fino al 1907, anno in cui emigra in Argentina dove si stabilisce prima a Buenos Aires poi alla fine del 1907 a Mar del Plata . La sua occupazione  è sempre quella di mutatore, ma già si mette in evidenza tra l’emigrazione anarchica di Buenos Aires. Meschi infatti collabora a diversi fogli libertari, come il quotidiano “La Protesta” , il quindicinale antimilitarista “Luz del Polidado”, ed inoltre inviava diverse  corrispondenze all’ “Alleanza Libertaria”  di Roma e a “Il Libertario” di La Spezia.
Si impegnò pure concretamente, quale organizzatore del  locale  movimento sindacale, entrando a far parte della Commissione Esecutiva della Fora  (Federacion Obrera de la Republica  Argentina). Dall’Argentina Meschi è espulso il 26 novembre 1909 in base alle leggi antianarchiche emanate dal Governo dopo  l’uccisione del capo della Polizia colonnello Falcon.  Tornato in Italia assieme ad altri deportati a bordo del “Rio de las Amazonas”  il 27 dicembre 1909, si trasferisce  a La Spezia dove riprende la sua collaborazione al  “Libertario”  trattando diversi argomenti:   militarismo, la famiglia,  la scuola, ma soprattutto  “l’organizzazione operaia”. 
Prendendo a esempio le esperienze anarco-sindacaliste  compiute dal movimento operaio in Francia, Argentina, Brasile,  Uruguai,  egli esorta gli anarchici alla militanza nella  CGIL e nelle altre strutture sindacali a livello locale.
Nell'estate del 1911 è chiamato a reggere in via provvisoria la CdL di Carrara; l’organizzazione operaia apuana  versava allora in una crisi profonda per le lotte intesti ne di tendenza tra: anarchici, socialisti e repubblicani per cui il numero delle iscrizioni era precipitato a poche centinaia di organizzati. Diventato segretario effettivo nel 1912,  Meschi realizza la convergenza fra le correnti socialista e libertaria, mentre i repubblicani costituiscono una loro organizzazione a parte nella frazione di Avenza. 
Come conseguenza aumenta la sua influenza arrivando 12.024 iscritti del maggio 1914. Anzi, l'influenza della  CdL  si dilata oltre il Carrarese e il Massese, vi aderiscono le organizzazioni della Garfagnana e della Versilia, la CdL di Viareggio vota nel maggio 1914  l’adesione come succursale alla consorella carrarese. 
Diversi furono gli obiettivi raggiunti in quegli anni dalla CdL attraverso momenti di lotta e di scontro quali lo sciopero dei cavatori del 1911, lo sciopero generale per le tensioni dei lavoratori del marmo nel 1912, lo sciopero degli scalpellini della Lunigiana e della. Versilia nel 1913; ed infine la resistenza alla serrata padronale che paralizzò l'intera industria del  marmo nei mesi tra il 1913 e il 1914. La serrata offri ai socialisti l’occasione  per riprende le distanze da Meschi e dai libertari apuani, sebbene questi  avessero recuperato i repubblicani, convincendoli  a  rientrare nella CdL.  Nasce così per iniziativa dei socialisti la CdL confederale di Massa che però ha scarso peso a causa della decisione di diversi sindacalisti socialisti  guidati da G.Tenerani, di non seguire il partito sulla via della scissione .  I motivi di discordia tra Meschi e i socialisti erano diversi e tutti di natura politica, oltre ai rapporti  con  i repubblicani e allo scarso appoggio fornito dalla  CdL al candidato socialista nel corso delle elezioni politiche  del 1913, pesava l’adesione di Meschi all’Unione Sindaca Italiana.  
Infatti, espulsa nel 1911 dalla CGIL, la camera del lavo  carrarese pur mantenendosi autonoma, aveva  partecipato  con Meschi e altri al congresso costitutivo dell’USI, avvenuto a Modena nel novembre 1912.  Al secondo congresso dell’USI, tenuto a Milano nel dicembre 1913,  Meschi  partecipò come delegato, in questa occasione fu chiamato a far parte del Comitato Centrale e pronunziò  il comizio di chiusura del congresso.  Le polemiche si trascinarono cosi per tutto il 1914 e  coinvolsero anche i  problemi. che erano posti all’Italia dallo scoppio della guerra.
Di fronte al conflitto Meschi sostiene una posizione  di neutralità e di estraneità, dell’organizzazione sindacale fra interventisti e neutralisti. Lo spingevano in tal senso,  sia i legami con i sindacalisti rivoluzionari interventisti, tipo Alceste De Ambris, che la presenza repubblicana all’interno della CdL.  Comunque nel momento della scelta Meschi  fu coerente coi suoi principi internazionalisti e antimilitaristi; fu infatti sua la mozione al consiglio generale dell’USI  13-14, settembre 1914 che determinò l’uscita della minoranza interventista.
Con l’entrata in guerra dell’Italia,  Meschi fu richiamato alle armi, ma sotto stretta sorveglianza, fatto prigioniero  dagli austriaci dopo Caporetto rimase prigioniero nei Carpazi in un campo di lavoro fono al novembre del 1918 . Finita la guerra e rientrato a Carrara riprese l’opera di  riorganizzazione della CdL avviando le pubblicazioni  del “Cavatore”.  Nel biennio 1919-1920  la  CdL  fu protagonista  di numerose agitazioni e scioperi: spiccano fra questi  l’agitazione dei cavatori per il rinnovo del contratto di  lavoro e la conquista delle 6 ore lavorative per i minatori di Luni.   Le successive agitazioni per “l’esproprio”  delle cave provocarono la reazione aggressiva e violenta delle squadre fasciste di Renato Ricci (sostenuto dalla grande  borghesia locale) che ben presto ebbero ragione dei partiti  e delle organizzazioni sindacali.
Il tentativo di Meschi  di tenere neutrale la CdL  nelle vicende politiche  locali  non valse a salvarla dalla bufera; nel maggio del 1922 è  occupata dalle squadre fasciste e a Meschi non resta altra  scelta che emigrare all’estero. Nel 1922 a Parigi, partecipò attivamente  alla vita del gruppo “Pietro Gori” , fondando pure un periodico  “Il  Momento”_, che usci in fasi successive nel 1923-24, nel 1938 e nel 1945. Dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti il gruppo “Gori” promosse un comitato d’azione interpartitico, al quale aderirono socialisti, repubblicani e anarchici, rappresentati da Meschi. 
Negli anni successivi Meschi si impegnò a fondo nell’organizzazione  delle Legioni garibaldine,  promosse da Ricciotti Garibaldi; partecipò sempre come “garibaldino” alla cospirazione catalana organizzata dal colonnello Francesco Macia . Una volta scoperta la vera natura di Ricciotti Garibaldi,  avventuriero al soldo del governo fascista, ne derivarono  profondi contrasti all’interno dell'emigrazione anarchica.  Qualche polemica fu  la causa. della rottura tra Meschi e Armando Borghi.  Negli anni successivi  Meschi fu tra i fondatori della LIDU  (lega dei diritti dell'uomo) e attivo nella Concentrazione antifascista; scoppiata la guerra civile in Spagna Meschi  si recò a combattere con la colonna Ascaso, formata dagli esuli antifascisti italiani e comandata da Carlo Rosselli.
Collaboro inoltre a “Guerra di Classe” il periodico libertario pubblicato a. Barcellona diretto da Camillo Berneri;  riparò di nuovo in Francia alla sconfitta delle forze repubblicane. Sorpreso dall’avanzata nazista fu internato  nel campo di Noè nell’alta Garonna, ove rimase fino alla fine del 1943. A liberazione avvenuta, riprese la direzione della CdL di Carrara, fino all’aprile del 1947, quando per evitare scontro tra le componenti  interne alla Camera del Lavoro si dimise.
Continuò la propria attività sindacale pubblicando il  “Cavatore”  e intervenendo  nel dibattito nazionale con scritti, come quello del 1948,  “Dove va la CGIL?”  pubblicato in occasione del primo congresso unitario della CGIL  e con diversi articoli pubblicati su “Il Libertario”.
Muore a Carrara l’11 Dicembre 1958.
Fonti e Bibliografia:
Alberto Meschi in L. Gestri, Dizionario monografico del mo vimento operaio, a cura di F. Andreucci, Roma 1978.
H. Rolland, Il sindacalismo anarchico di Alberto Meschi,  Firenze 1972
E. Santarelli, Il socialismo anarchico in Italia, ad indicem  Milano 1973.