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Convegno 2 aprile 2011

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Difesa Sindacale

LA COMPONENTE ANARCHICA NELLA
CONFEDERAZIONE GENERALE ITALIANA
DEL LAVORO (1944 - 1960)

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Comunisti Anarchici e Libertari in CGIL

I lavoratori e le lavoratrici

devono ritornare ad essere protagonisti

La mobilitazione non può essere

continuamente rimandata


La Cgil, nell’ultima Assemblea Generale del 4 novembre, ha deciso di effettuare assemblee nei posti di lavoro e manifestazioni giudicando negativamente i contenuti della legge di bilancio, e di conseguenza ha interrotto il percorso che doveva portare a metà dicembre del corrente anno alla assemblea organizzativa nazionale. Per quanto ci riguarda le decisioni prese sulla mobilitazione, che pure in mancanza di risposte da parte del Governo non escludono il ricorso allo sciopero generale nella metà di dicembre, sono insufficienti e tardive rispetto alla situazione vissuta nei luoghi di lavoro, ai licenziamenti, alla mancanza di sicurezza, ai salari. Una situazione che risulta aggravata dalla pandemia in atto e dalle tensioni createsi nella società sul green pass, con un clima di cui hanno approfittato i fascisti fino al gravissimo assalto contro la sede nazionale della Cgil.

E’ vero che gli scioperi generali vanno costruiti, ma è anche evidente che da tempo c’erano tutte le condizioni per mobilitarsi come veniva chiesto con forza dalla scorsa estate dai lavoratori e lavoratrici di tante fabbriche in crisi, non ultima la GKN di Campi Bisenzio. Evidentemente fino ad oggi nella direzione della Cgil ha prevalso la volontà di non dispiacere alle forze parlamentari “amiche” e di non disturbare troppo il “manovratore”, evidenziando così una subalternità al Governo, come del resto era emerso nell’accordo sullo sblocco parziale dei licenziamenti e nel Patto per l’innovazione del lavoro pubblico. Bene ha quindi fatto la Fiom che senza perdere altro tempo ha proclamato un pacchetto di otto ore di sciopero da gestire a livello territoriale.

Come detto nell’Assemblea generale è stato deciso di spostare in avanti la fine del percorso della assemblea organizzativa, e questo quando le assemblee generali delle strutture provinciali di categoria e confederali avevano già concluso le loro riunioni sul documento proposto dal direttivo nazionale, mentre dovevano ancora svolgersi quelle delle strutture nazionali di categoria e confederale. Un appuntamento quindi rilevante, benché fosse iniziato e proseguito in modo del tutto staccato da una realtà esterna sempre più complessa ed in fermento. Il documento della assemblea organizzativa non prevedeva una votazione da parte delle varie strutture, ma solo una discussione con eventuali proposte, modifiche, integrazioni, su ognuno dei temi contenuti nelle undici schede che lo componevano. Non è certo nostra intenzione ripercorrere minuziosamente tali schede, che toccano anche aspetti organizzativi come la formazione, la digitalizzazione, la comunicazione, ma riteniamo comunque opportuno fare delle considerazioni in merito ad alcune di queste.

Innanzitutto sul tesseramento che si è chiuso nel 2020 con oltre cinque milioni di iscritti, ma che ha visto un calo dell’1% rispetto all’anno precedente; lo stesso documento evidenzia che il calo dei tesserati è un tratto costante, con circa trecentomila iscritti in meno negli ultimi venti anni (quindi oltre il 5%). Certamente una parte di questo risultato negativo è dovuto alle conseguenze della grave crisi economica iniziata nel 2008, alle pesanti ristrutturazioni nel sistema produttivo con l’introduzione di processi informatici, alla pandemia in atto ormai da circa due anni, ma questo non è sufficiente se non si alza lo sguardo e non si vede il distacco del sindacato da molte realtà di lavoro, dai bisogni e dalle difficoltà in cui vivono milioni di lavoratori e lavoratrici. Una distanza questa che non può essere colmata da soluzioni tecniche sul tesseramento, ma solo “politiche”, cambiando gli obiettivi perseguiti ed il modo di rapportarsi con i lavoratori, spostando le risorse in basso e dando ai delegati e delegate un reale potere nella contrattazione, nella formazione delle piattaforme contrattuali, nei percorsi decisionali a tutti i livelli. Di questo abbiamo forti dubbi visto che, nonostante alcuni buoni propositi, è in costante aumento il verticismo all'interno dell'organizzazione dove la struttura decisionale è sempre più accentrata sulla figura dei Segretari e visto che anche il ruolo politico degli stessi Comitati Direttivi confederali è spesso scavalcato dai cosiddetti Esecutivi dei Segretari (livello, tra l'altro, non previsto dallo Statuto).

Quello delle risorse è un problema crescente in Cgil dove la struttura organizzativa, per molti aspetti sovradimensionata, si scontra con un calo di disponibilità economiche che si riflette anche sulla possibilità di avere le libertà sindacali richieste dall’apparato. La cosa è soprattutto evidente nell’apparato confederale (meno nelle categorie) e rende problematica l’intenzione che traspare di trasferire competenze e ruoli alle Camere del Lavoro, pur nel rispetto di quelli delle categorie; questo tra l’altro è un obiettivo che era emerso anche nelle Conferenze di organizzazione del 2008 e del 2015 ma che non ha avuto attuazione. Il problema delle risorse viene affrontato in modo burocratico prevedendo eventuali accorpamenti di strutture provinciali sia di categoria che di territorio, il tutto per garantire al momento la sostenibilità economica e la collocazione dei dirigenti ma senza curarsi troppo delle conseguenze nel rapporto con i lavoratori e le lavoratrici. Non vengono invece presi in esame i possibili ridimensionamenti delle strutture regionali e nazionali che permetterebbero di liberare risorse veramente utili per i delegati e le strutture territoriali.

Per quanto riguarda i contratti, un tema che tra l’altro ci sembra più congressuale che organizzativo, occorrerebbe intanto una seria riflessione sul welfare contrattuale che contribuisce a depotenziare la universalità del servizio sanitario e sociale pubblico. Inoltre, se è vero che l’attacco alla contrattazione collettiva è forte, è altrettanto vero che senza una reale mobilitazione e significative lotte diventa solo una chimera la riduzione dell’esorbitante numero dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (in alcuni casi proliferati anche per demerito degli stessi sindacati di categoria di Cgil, Cisl, Uil) ed il contrasto ai “contratti pirata” siglati da organizzazioni padronali con sindacati gialli. Lasciare tutto questo in mano ai percorsi legislativi ed alla rappresentanza parlamentare è quanto meno riduttivo, se non deleterio. Servirebbe invece una mobilitazione per rilanciare le lotte che sono l’unica garanzia per la classe lavoratrice, una mobilitazione su pochi obiettivi chiari e comprensibili a tutti: riduzione dell’orario di lavoro a parità di paga, forti aumenti salariali, sicurezza nei posti di lavoro da perseguire anche con la difesa degli RLS sempre più esposti al ricatto occupazionale.

Questi aspetti politici l’assemblea organizzativa non li affronta, anche per la sua natura, ma restano lì sul cammino accidentato del sindacato. Non è comunque chiaro, quando riprenderà il percorso interrotto, chi farà la sintesi degli emendamenti e delle proposte che sono scaturite nelle varie strutture in merito al documento che era stato proposto. Il dubbio, anche se a pensare male si fa peccato ma spesso ci si prende, è che la struttura burocratica nazionale abbia tutto predisposto per far passare determinate misure organizzative e di ristrutturazione interna secondo una logica già decisa, ma con una validazione data dal percorso effettuato. Se così fosse, la dirigenza della Cgil avrebbe sbagliato i suoi calcoli perché tutte le problematiche – anche organizzative - che sono di fronte al sindacato resterebbero in piedi, ed anzi risulterebbero aggravate da un appuntamento importante ma mancato.

novembre 2021

Difesa Sindacale