Difesa sindacale
 
     
 
 
 
 
 

Difesa sindacale n.2
       Bollettino di coordinamento dei Comunisti Anarchici e Libertari in CGIL n.11 maggio ’12

 

         

...”Il ciclo del capitale finanziario... la forma della circolazione D... D', il cui punto di partenza e di arrivo è denaro vero e proprio, esprime nella maniera più tangibile il far denaro, il motivo conduttore della produzione capitalistica. Il processo di produzione appare soltanto come termine medio inevitabile, come male necessario per far denaro. Tutte le nazioni a produzione capitalistica vengono colte perciò periodicamente da una vertigine, nella quale vogliono fare denaro senza la mediazione del processo di produzione”.
Karl Marx “Il Capitale” Libro secondo -

            Marx non spiega tutto, ma converrebbe conoscerlo, per avere qualche dritta precisa sulle caratteristiche delle crisi capitalistiche e, soprattutto, per non procedere a caso, così come accade nella CGIL, là dove nell’ultimo direttivo del 19 aprile la maggioranza del gruppo dirigente ha licenziato un documento replicando le antiche velleità riformiste che intenderebbero moderare le scelte del padronato e della controparte governativa replicando una stentorea concertazione che si risolve nella metafora del bicchiere pieno per metà, che può essere inteso come mezzo pieno o mezzo vuoto, a seconda del vento che tira. Conviene, al riguardo riportare un passaggio del sopradetto documento:
“…L’enfasi del Governo sull’art. 18, ovvero sui licenziamenti facili, si è invece tradotta nel primo vero passo indietro del Governo stesso.
            L’iniziativa della CGIL, la forte mobilitazione di lavoratori, lavoratrici e pensionati, ha costruito le condizioni per una mediazione politica che ha reintrodotto il reintegro per i licenziamenti economici individuali e collettivi, ricostruendo l’effetto di deterrenza e ripristinando un principio di civiltà giuridica.
            Il mantenimento dell’onere della prova in capo alle aziende e la definizione della procedura di conciliazione che può determinare un effettivo ruolo della rappresentanza sindacale, insieme al reintegro, rappresentano un primo importante risultato, come già indicato nel documento della Segreteria”.
            Noi non siamo velleitari e sappiamo bene che in materia di riforma del mercato del lavoro il governo qualche cosa ha concesso: ma ci interessa anche capire il perché di simili concessioni che devono essere affrontate nei contesti in cui si manifestano, che non sono né i nostri né quelli che vorremmo che fossero.  Ben altre “concessioni” avrebbe allora dovuto fornire il governo in materia di riforma del mercato del lavoro per suscitare l’approvazione della CGIL.
E’ allora il caso di ammonire che questo “primo e importante risultato” a cui i vertici della CGIL si riferiscono in materia di riforma del mercato del lavoro non esprime altro se non le buone intenzioni di un gruppo dirigente debole e miope, sottoposto alle pressioni di un Partito democratico in cui forte si manifesta l’egemonia dei settori più moderati che sostengono il governo Monti, coerente espressione del capitale finanziario e dell’imperialismo europeo.
 Questo “primo e importante risultato” che ben esprime il velleitarismo e la subalternità riformista a quell’uscita dalla crisi imposta dalla BCE, si rivelerà per quello che realmente è, e cioè una vecchia e trascurabile concessione, un’esca avvelenata per trascinare la CGIL in un’unità nazionale di corporativa memoria e sostanza.
Quando diciamo che “l’art. 18 non si tocca” intendiamo affermare quell’intransigenza necessaria a evitare che in questa situazione di crisi, cresca una un’ulteriore violenta ristrutturazione: questa volta nel settore pubblico, vero obiettivo della manovra.
Per tanto l’auspicato bicchiere mezzo pieno che già CISL e UIL hanno trangugiato con apparente entusiasmo e che una parte del gruppo dirigente della CGIL si appresta a mandar giù si trasformerà, per tutta la CGIL e per i lavoratori italiani, in una pozione avvelenata.
Se il problema nel nostro paese è il reddito e l’accesso al reddito, in altre parole la redistribuzione della ricchezza sociale prodotta così come una cospicua e incontrovertibile letteratura dimostra, un sindacato forte, prima ancora di discutere gli aspetti strategici, sana con proposte unitarie e concrete, i ritardi accumulati nella fase sfavorevole.
Senza queste premesse si costruisce poco e male
L’ipotesi di accordo sul lavoro pubblico e l’emergenza salariale
            Infatti, nel concreto, l’ipotesi di accordo con il Ministero della Funzione Pubblica, le Regioni e gli Enti locali – siglata anche dalla CGIL il 3 maggio us. rischia, in assenza di solide premesse di trasformarsi in un pantano. Il protocollo siglato non affronta il problema fondamentale dei lavoratori della Pubblica Amministrazione che consiste nel blocco contrattuale prorogato fino al 2014: il che significa, per la triennalità del contratto, un nuovo contratto a regime solo dal 2017.
Apprezziamo gli aspetti positivi dell’accordo che consentono alcuni passi in avanti rispetto alla precedente impostazione relativa al lavoro pubblico, quali la messa in discussione delle tre fasce di merito previste dalla riforma Brunetta (art. 19 DL n. 150/2009), la necessità di ricontrattare nuove relazioni sindacali, un ragionamento sui licenziamenti illegittimi che prevede alcune garanzie di stabilità non previste dal Decreto Fornero, la riaffermazione della centralità del contratto nazionale e una razionalizzazione delle forme del lavoro flessibile nella Pubblica Amministrazione.

Ma se questi obiettivi non saranno supportati dalla mobilitazione dei lavoratori per la riapertura dei contratti qualificata dalla richiesta di forti aumenti salariali, non avranno le gambe per camminare autonomamente, rimarranno vuote enunciazioni di volontà, verranno soffocati dall’emergenza salariale e supporteranno le mediazioni parlamentari riducendosi a una pericolosissima apertura di credito al governo Monti. 

                       
La dimensione politica nazionale e internazionale


            Ma non saremmo realisti se non collocassimo le vicende nazionali in un quadro più ampio che è quello europeo e internazionale.
Ancora una volta non neghiamo i positivi elementi di novità che scaturiscono dalle elezioni francesi e tedesche, e non lo neghiamo perché abbiamo  ben presente i ruoli e le contraddizioni in cui si muovono gli schieramenti politici borghesi che pesano per le alleanze sociali che esprimono.
Al riguardo i programmi contano il giusto, incalzati come sono dalle necessità elettorali per cui, parafrasando chi di governi se ne intendeva “non si può governare mantenendo le promesse elettorali: o si tradiscono gli elettori o si tradisce il paese”.
Poche massime provenienti dalla borghesia sono state così realistiche e attuali come queste parole pronunciate da Charles de Gaulle, che almeno il pregio della chiarezza lo aveva.
Il fatto è che, nell’era dell’imperialismo, i poteri decisionali sono dettati dalla sua massima espressione e cioè dal capitale finanziario, del quale i teorici del socialismo tracciarono efficacemente le origini e gli obiettivi fin dalla fine del 1800, con una profondità e una concretezza del tutto sconosciuta all’attuale produzione accademica.
 Ebbene, la concentrazione del potere nelle mani (virtuali) del capitale finanziario ha ridotto il potere decisionale dei singoli stati, dei singoli parlamenti, dei governi nazionali e delle costituzioni operanti nei singoli stati a un rito formale d’investitura, se non addirittura d’imbonimento, dei programmi già decisi in ambiti BCE e FMI, le più coerenti espressioni dell’imperialismo mondiale.
Da questo punto di vista la vittoria di Hollande in Francia, sia pure bilanciata dagli allarmanti risultati elettorali greci, (incapacità della politica di venire a capo della crisi, ingresso dei neonazisti in parlamento con il 6,9%, probabili nuove elezioni) e confermata dai risultati delle amministrative in Italia, deve essere realisticamente interpretata, rifuggendo appaganti sopravvalutazioni.
 Hollande non dovrà allora essere posto in relazione con la Merkel al fine di sentenziare frettolosamente la fine dell’asse franco/tedesco con l’evidente intento di giustificare, magari, l’ascesa di quello italo/francese, come se la volontà elettorale contasse qualche davvero cosa e le singole personalità politiche non fossero esse stesse il prodotto di processi economici definibili, di altrettanto identificabili alleanze di classe nel quadro concreto dei rapporti di forza tra capitale e lavoro indotti dalla crisi e dalla ristrutturazione capitalistica, rapporti assolutamente sfavorevoli al lavoro, alle classi subalterne e all’idea stessa di sindacato.

Sull’unità nazionale


Bisogna essere realisti e, quindi, necessariamente critici: il fenomeno Hollande esprime una diffusa esigenza di rinnovamento e di riscossa che spira anche in Italia, così come le ultime elezioni amministrative dimostrano, ma sbaglia chi ritiene l’affermazione della sinistra moderata in Francia e in Italia come la premessa di una possibilità per difendere gli interessi dei lavoratori e delle classi subalterne, poiché la spinta al rinnovamento rischia di essere stritolata dai rapporti di forza tra capitale e lavoro e assorbita dall’esigenza di “unità nazionale” che tutti i programmi elettorali contemplano senza alcuna esclusione.
L’unità nazionale è un’esigenza tipicamente interclassista e corporativa che si è sempre affacciata nelle situazioni di crisi, costituendo il supporto a una scelta di “moderazione sindacale” perseguita dal capitale finanziario, dagli schieramenti borghesi, dai governi nazionali e dalle compagini riformiste politiche e sindacali che, in fasi storiche identificabili hanno affermato una perentoria menzogna: “siamo tutti sulla solita barca”.
Scopo dell’unità nazionale è quello di limitare gli interessi dei lavoratori dichiarandoli incompatibili con le reali esigenze di sviluppo, al fine di reperire le risorse necessarie a fronteggiare le crisi e per espandere “la vertigine”, nella quale continuare a “fare denaro senza la mediazione del processo di produzione”.
All’unità nazionale, che nelle fasi di crisi torna sempre a galla, segue inevitabilmente la “moderazione delle rivendicazioni sindacali”, che prevede un patto ricorrente: ripresa prima e riforme poi, anche se le riforme nel caso migliore avrebbero sempre tradito le aspettative e le promesse e, nel caso peggiore, non sarebbero arrivate mai.
“L’unità nazionale” per la ripresa avrebbe così impedito una vera discontinuità con il regime fascista nel secondo dopoguerra; avrebbe successivamente sostenuto la svolta dell’EUR alla fine degli anni ’70 riducendo il sindacato confederale del tutto subalterno, anche culturalmente, agli interessi del debole imperialismo italiano; infine l’unità nazionale continua a essere la base del governo Monti coerente espressione del capitale finanziario europeo.
 In tutte questi processi di uscita dalle crisi capitalistiche il riformismo ha sempre fatto da supporto ai governi borghesi e oggi come ieri, contenere le rivendicazioni, i diritti e le tutele, significa continuare a dimostrarsi subalterni alla ristrutturazione capitalistica.
Quella disponibilità ai sacrifici dei lavoratori, a suo tempo concessa anche dai gruppi dirigenti della CGIL e oggi replicata al fine di consentire il rilancio dell'economia nazionale, non avrebbe prodotto e non produrrà altro che il naturale rafforzamento del capitale finanziario, drenando la ricchezza sociale prodotta verso la rendita a scapito dei salari dei diritti e delle tutele, agevolando la disgregazione sociale.
Un’unità sindacale di circostanza
Al riguardo la montagna ha prodotto un topolino.
Macché sciopero generale contro questo governo - tuona la CISL - sosteniamo, invece, l’azione di mediazione dei partiti parlamentari in materia di riforma del mercato del lavoro, magari con una bella manifestazione nazionale unitaria, CGILCISLUIL, fatta di sabato, facciamo il 2 giugno 2012, proprio per la festa della Repubblica: una bella prova di forza per “avviare un percorso rivendicativo che chiede risposte sui temi del lavoro e del fisco”.
E la CGIL si accoda entusiasticamente, non rendendosi conto che una siffatta unità sta insieme con lo sputo, perché esiste ormai un pericolosissimo divario tra le quotidiane condizioni di vita dei lavoratori e delle classi sociali subalterne e la percezione della crisi da parte delle burocrazie sindacali, che hanno perso il senso della realtà e, quindi, anche quello della misura del proprio medesimo operare, che viene sostituito alla realtà dei fatti determinati divenendo autoreferenziale, e la manifestazione del 2 di giugno è un allarmante conferma di questa deriva.
La realtà che i settori sociali aggrediti dalla crisi subiscono ha bisogno di ben altre scadenze e prospettive:
la CGIL deve abbandonare la perdente linea delle concessioni generaliste al corporativismo di CISL e UIL e preparare il contrattacco: una grande vertenza unitaria dei lavoratori italiani per il rinnovo dei contratti, prevedendo cospicui aumenti salariali, per l’estensione dei diritti e delle tutele e che si concreti in uno sciopero generale per fare cadere il governo Monti.

Su questi obiettivi i settori di sinistra e di opposizione interni alla CGIL sono chiamati a una scelta di consapevolezza e di responsabilità per sviluppare un autentico percorso unitario che abbandoni il particolarismo e rafforzi il sindacalismo di classe nella CGIL unica garanzia alla deriva dei vertici riformisti.

Difesa Sindacale

 


Crisi e rappresentanza sociale: sindacati e movimenti a confronto
Una due giorni di dibattito e approfondimento sulle tematiche del lavoro, uno sguardo specifico alla realtà reggiana in un'ottica nazionale.
intervengono:
VALERIO BONDI - segretario provinciale Fiom
GIANNI BOETTO - ADL Cobas Padova
NICOLA MANCINI - Assemblea Permanente Movimenti Marche
Documento introduttivo //Working Class Pride// Reggio Emilia 28 aprile-1 maggio 2012

L’ attacco ai diritti dei lavoratori e alle condizioni di vita vive la fase più acuta degli ultimi decenni. La questione è  di perdere tutele, e anche soldi  , in nome della ripresa economica che deve riprendere il suo corso, naturalmente incurante dei disastri recati agli esseri umani e ancor più al pianeta che li ospita.
Questa crisi è usata  dal grande capitale internazionale per compiere l'ennesima trasformazione nei rapporti di forza con la classe lavoratrice, allo scopo di ripristinare il totale dominio di classe dall'alto. Oggi possiamo affermare che il capitalismo industriale occidentale ha definitivamente abdicato a favore del liberismo finanziario e il bastone del comando non sta più  alle imprese, ma nelle sale delle borse, delle banche, delle agenzie di rating e in particolar modo delle grandi organizzazioni transnazionali e antidemocratiche quali FMI, BCE.
In questo modo il capitale pare essere arrivato al massimo del suo splendore, all'accezione massima dell’etimologia stessa della parola CAPITALE, denaro che riproduce denaro, in cui i profitti non dipendono dall'estrazione del plusvalore dal lavoro vivo, attraverso il lavoro produttivo , ma dalle quotazioni e dalle fluttuazioni di borsa, e  in questo determinato momento (è bene ricordarcelo) coincidono con le “riforme delle condizioni di lavoro” che i vari governi, di diretta emanazione della finanza, riescono a mettere in opera. Questo cambiamento epocale ci consegna la fine della democrazia per come l’abbiamo conosciuta e di ogni sovranità  popolare , e la fine del patto  sociale (sancito dopo decenni di lotte) per salvare il mercato, l'economia, i profitti  e il comando.
La fine di ogni tutela in ogni ambito della vita, è  in rapporto diametralmente opposto alla messa a valore ,a funzione di profitto,  di ogni ambito della vita stessa. Se prima, il tempo di lavoro e il cosiddetto tempo della riproduzione sociale erano ambiti separati, oggi questa differenza va scomparendo. Le nuove forme del lavoro contemporaneo, le quaranta e passa tipologie contrattuali del lavoro precario, ci rendono vulnerabili e impossibilitati ad una organizzazione  in grado di difendere i diritti acquisiti e di reclamarne di nuovi, così come l'attacco allo statuto dei lavoratori e in particolare all'articolo 18 vuole portare in questa condizione anche i  lavoratori “garantiti”. Nondimeno la destrutturazione del “welfare state”, le privatizzazioni della sanità ,della scuola, della pensione  attraverso  il” modello di mercato”, ci priva di qualsiasi ammortizzatore in grado di potere reggere l’urto con un lavoro che non c’è, con la precarizzazione di massa , la disoccupazione dilagante e strutturale , la drastica diminuzione dei salari, dei redditi.  
All’oggi, vista la destrutturazione e stratificazione del mondo del lavoro, le forme di organizzazione e di lotta storiche non risultano più essere adeguate. Tutto ciò ci pone di fronte ad un realtà cruda: l’opposizione sociale italiana si trova in estrema difficoltà.
La forma- sindacale conflittuale, sia essa confederale o di base, viene estromessa dalla contrattazione ed espulsa dai luoghi di lavoro (modello FIAT) con conseguenze disastrose in merito alla ricattabilità del lavoratori. Al  contempo, il precariato non riesce a dotarsi di strumenti adeguati per mettere in campo una risposta forte, in termini di conflittualità reale ,per migliorare la propria condizione di vita. I movimenti sociali non sono in grado di sedimentare  una qualsiasi dimensione di opposizione contrapposta alla  deriva che stiamo vivendo e anche  le lotte dei comitati in difesa dei beni comuni non incidono nel cambiamento dei modelli di consumo: ne delle merci, ne delle risorse naturali. 
E’ partendo da questi presupposti che vogliamo iniziare a costruire un ragionamento. E’ dalla consapevolezza che nessuna lotta, ancor più se settoriale, è autosufficiente nel contrastare i cambiamenti epocali dell’oggi. E’ nella ricerca e nella sperimentazione di nuove forme di lotta e auto/organizzazione, capaci di incidere e di ricreare quella pratica e coscienza di classe che portò alle conquiste del secolo passato: la forza per ripartire. Consci del fatto che non siamo più nelle condizioni materiali di allora , la lotta va reinventata a  partire dalla ricerca del comune, in grado di fungere da anello di congiunzione della disgregazione sociale che viviamo e di connettere le lotte disseminate sul territorio, sia un nuovo inizio per tutti.
Vogliamo volgere lo sguardo in avanti, consapevoli che la dimensione solamente italiana ,nazionale,  della ricerca e delle sperimentazioni deve essere allargata, in un quadro di lettura più ampio: laddove le decisioni vengono prese ,qui  si gioca buona parte della partita. Sono a Bruxelles e Francoforte che guardiamo, due dei cardini della troika finanziaria che pone l’austerità come ancora di salvataggio dei poteri internazionali , gettando nella miseria interi popoli(vedi Grecia). E’ in Europa che va portata la scommessa, è nella dimensione europea delle lotte, la possibilità del cambiamento ; la reale costruzione di alternativa ad un modello economico/capitalista esangue, in grado solamente di produrre  povertà e miseria al 99% della popolazione mondiale. 

 

Brevi riflessioni a partire dalla relazione introduttiva

“Crisi e rappresentanza sociale: sindacati e movimenti a confronto.” 

Cristiano Valente * *

L’interessante relazione dell’iniziativa dei compagni di Reggio Emilia, pur essendo solo una introduzione al dibattito e quindi solo indicativa di alcune problematiche, mi sembra risenta di un pensiero e di una impostazione politica che da qualche tempo circola nei nostri ambienti  (giornali, siti, riunioni) ma che dal mio punto di vista rischia di confondere oltremodo la già complessa e difficile situazione politica e sociale che come rivoluzionari viviamo.
Intanto una premessa.
Non c’è mai stato nessun nesso, tanto meno diretto, tra sviluppo della democrazia e capitalismo.
Il capitalismo storicamente si è “servito” e si serve dei peggiori regimi dispotici e dittatoriali per il suo affermarsi e molto a malincuore, solo in alcune circostanze, ha accettato in via transitoria forme di democrazia rappresentativa, sempre comunque sotto la spinta di forti battaglie  da parte del movimento operaio.
Le libertà individuali che le Rivoluzioni borghesi hanno decantato e poi affermato sono servite unicamente alla sua affermazione come classe, ma il sistema economico di produzione ha costantemente eroso e messo in contraddizione tali affermazioni di principio con la dittatura reale delle condizioni economiche dei lavoratori e delle stesse libertà inizialmente conquistate dalle masse popolari.
Basterebbe riflettere  sullo scarto tra le dichiarazioni cartacee, come la nostra Costituzione e la situazione di fatto, per capire quanto lo stesso argomentare borghese sulle libertà individuali sia contraddittorio con  la costrizione sociale e quindi politica a cui il sistema di produzione economico capitalistico costringe masse sempre più larghe.
Mai le condizioni sociali reali dei proletari sono state riferimento o base per il suo sviluppo economico.
A partire dal suo sviluppo storico con le leggi contro il  vagabondaggio  in Inghilterra, per passare all’utilizzo delle donne e dei bambini nella manifattura, alla costituzione dell’IRI in una Italia fascistissima e inneggiante al Duce  o al processo  industriale impetuoso del Terzo Reich, finendo all’attuale sviluppo del sistema capitalistico in Cina.
La democrazia, tanto meno la sovranità popolare  non c’entra niente.
Secondariamente, sulle forme di organizzazione e di lotta che le classi sfruttate possono e debbono mettere in campo per il loro affrancamento dal giogo capitalista è evidente che queste possono modificare e si modificano a secondo delle realtà e delle latitudini, ma vi è sempre una costante
L’organizzazione degli  sfruttati sul terreno delle loro rivendicazioni immediate; è  questa  la lotta classicamente sindacale e riformista.
Nessuna novità è data se non si riesce ad organizzare ed a unire in grandi strutture sindacali i lavoratori (precari o non precari che siano) nei loro siti produttivi e se non si riesce con la lotta e l’organizzazione a modificare i rapporti di forza a partire dal singolo posto di lavoro.
Dalla grande industria siderurgica al Call Center; dalla grande produzione al piccolo opificio; dalla grande distribuzione al garzone di bottega.
E questo perché nessuna lotta settoriale è mai stata autosufficiente nel contrastare il dominio capitalistico che è globale.
E perché nessuna lotta vincente in un singolo settore produttivo se non  generalizzata può reggere i colpi della controffensiva padronale.
Oltre alla lotta tipicamente sindacale occorre poi organizzare le avanguardie coscienti che da queste lotte scaturiscono su un programma politico coeso  e che lavorano costantemente all’interno delle organizzazioni di resistenza del proletariato.
E’ questo il lavoro più propriamente politico di organizzazione del partito o dell’organizzazione specifica.
I  cosi detti movimenti sociali i quali si organizzano su tematiche specifiche o su rivendicazioni settoriali,  culturali e quanto altro,  hanno quasi sempre finito per incrociarsi  con le  istanze sindacali e politiche del movimento operaio in quanto portatori, seppur  in ambito più specifico,  di tematiche di maggiore libertà e di decisione autonoma.
Spesso questi movimenti specifici diventano alleati naturali del movimento operaio non tanto e non solo per le tematiche di cui sono portatori, ma  il più delle volte, per i loro modelli organizzativi.
Forme assembleari, azione diretta, pratica dell’obiettivo e perché spessissimo così come il movimento operaio organizzato si trovano anch’essi a scontrarsi con i  poteri costituiti, siano poteri locali o nazionali.
Un esempio classico è la  lotta per la casa o per affitti equi o le nuove e più  recenti tematiche ambientali e di sviluppo dei territori.
Questi movimenti in quanto tali,  non i singoli individui che ve ne fanno parte,  mai sono portatori di una nuova visione complessiva sociale, tanto meno anticapitalista e/o  chiaramente comunista.
Prevedere o sperare che questi movimenti possano rappresentare salti paradigmatici delle forme di aggregazione sociale mi sembra fuorviante e pericoloso.
La necessità storica di mettere insieme questi singoli spezzoni di movimento e di organizzazioni è sempre stata una costante e una  necessità per i rivoluzionari di  ogni epoca e latitudine, sicuramente da parte dei comunisti libertari.
Non c’è niente di nuovo  nella dinamica della costruzione di quel blocco sociale capace di incidere e avanzare nella trasformazione sociale.
Rispetto poi alla consapevolezza che la dimensione nazionale non sia sufficiente e che l’agone minimo indispensabile oggi sia, per noi,  l’Europa basta ricordare che già agli albori della prima Internazionale l’internazionalismo era una indicazione niente affatto secondaria o puramente etica, quanto espressione di un interesse economico diretto e reale della necessità organizzative delle prime associazioni operaie.
“per la causa del lavoro  è estremamente necessaria la fratellanza dei popoli. Noi sappiamo infatti che ogni volta che tentiamo di migliorare le nostre condizioni sociali riducendo l’orario o aumentando il prezzo del lavoro i nostri datori di lavoro ci minacciano che convinceranno dei francesi, dei tedeschi o dei belgi a fare il nostro lavoro a minor prezzo.
(Questo appello è stato fatto)  ……  per un bisogno di comunicazione regolare  sistematica tra le classi industriose di tutti i paesi che noi speriamo di vedere presto all’opera, in quanto il nostro principio è quello di portare i salari di coloro che sono malpagati a un livello più vicino possibile a quello dei meglio pagati e di non permettere ai nostri datori di lavoro di metterci gli uni contro gli altri, conducendoci  i  tal modo alle peggiori condizioni per noi, ma le più adatte per il loro rapace guadagno”
E’ questa una missiva di un gruppo di sindacalisti inglesi, comprendente un imbianchino ,un falegname, un rilegatore, un carpentiere e un ciabattino, ad una associazione operaia francese nel 1863
In buona sostanza credo che quello che occorre comprendere fino i fondo è che siamo in una fase di pesante sconfitta e niente potrà lenire la cruda realtà, tanto meno ipotizzare presunti nuovi modelli o forme di organizzazione, ne tanto meno improbabili soggetti politici parlamentari o istituzionali di nuovo conio.
Se non riusciamo a difendere l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, difficilmente le sorti delle classi meno abbienti e delle nuove generazioni saranno mitigate con formazioni politiche di “grillini” o “albisti”  nei Consigli Comunali, Regionali o nello stesso Parlamento.
La contraddizione più evidente di queste formazioni è che fanno un gran parlare della limitazione o scomparsa della democrazia e poi  si candidano nei simulacri di questa.
Nessun a forma di elitario disprezzo e peggio ancora di becero settarismo va alimentato nei confronti di queste più o meno nuove forme politiche e sociali. Anzi. Il confronto e la discussione può e deve servire per cercare di raggiungere posizioni più avanzate e chiare rispetto alla strategia politica da mettere in campo.
Stimolando la riflessione e lo studio sulle cause reali della crisi sia economica che delle capacità oggettive e soggettive delle formazioni rivoluzionarie e riformiste. Noi compreso, cercando di creare masse critiche di aggregazione politica, sindacale e sociale.
E’ su questa constatazione e in questa direzione che lo strumento ed il progetto  Difesa Sindacale cerca di dare il suo contributo.

Direttivo Filt Cgil Toscana *

 

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