Difesa sindacale |
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Difesa Sindacale n.12 Difesa Sindacale n.13
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Comunisti Anarchici e Libertari in CGIL n.18 marzo 2013 "I risultati elettorali, in considerazione dei riflessi che possono determinare nella CGIL ormai alle porte del XVII congresso, anche in considerazione degli investimenti parlamentari da questa perseguiti e concretatisi nella subalternità alle vicende politiche del Partito democratico, necessitano di un'attenta valutazione che svolgeremo nel prossimo numero di Difesa Sindacale".
UN PIANO DEL LAVORO. PER CHI E PER COSA ? di Cristiano Valente* Solo un mese fa, il 25e 26 gennaio 2013, la nostra Confederazione ha lanciato, attraverso una Conferenza di Programma “Il Piano del Lavoro 2013”come risposta politica sindacale alle necessità del grave momento di crisi economica e sociale che il movimento operaio sta vivendo. Nell’ambizione de gruppo dirigente, tale Piano, avrebbe dovuto plasmare e condizionare i prossimi appuntamenti e le prossime strategie rivendicative. La relazione del Segretario Generale Susanna Camusso si conclude, infatti, con le parole: “ lo porteremo (il Piano del Lavoro) nelle assemblee, nelle nostre rivendicazioni, nel nostro agire quotidiano”. Nonostante l’evidente sforzo politico e organizzativo da parte del gruppo dirigente nazionale, questo Piano è in realtà caduto, complice anche la campagna politica elettorale, in un oblio drammatico. Non ha minimamente condizionato la stessa campagna elettorale, non ha soprattutto creato quella discussione e quella tensione necessaria fra i lavoratori e negli stessi gruppi dirigenti sindacali affinché diventasse effettiva capacità di riferimento nell’agire collettivo sindacale e vertenziale. Si pensi solo che molte strutture dirigenziali Provinciali e Regionali (i Direttivi) a oggi ancora non l’hanno discusso. In attesa che ciò avvenga e che non rimanga solo pura elaborazione speculativa iniziamo a discuterlo. Un primo appunto riguarda proprio il metodo seguito. Questo Piano si evidenzia come una elaborazione avvenuta e circoscritta nel chiuso del gruppo dirigente nazionale, che non s’intreccia mai con la concreta realtà che i lavoratori vivono nei luoghi di lavoro, nelle loro strutture categoriali, nelle loro concretissime realtà rivendicative. Solo per fare due esempi: si pensi alla situazione dei metalmeccanici e dei lavoratori dell’autotrasporto, i primi con un contratto di lavoro che vede esclusa la FIOM e gli altri con un contratto scaduto da oltre quattro anni. Non è pensabile alcun Piano del lavoro se non si parte dalla constatazione della realtà dei rapporti di forza esistenti e dal come sia possibile e necessario recuperare capacità rivendicativa e di agibilità politica sindacale. Passando poi al merito del Piano c’è da evidenziare, a nostro avviso, una riflessione erronea nella responsabilità della crisi italiana, che viene individuata nella “scarsa capitalizzazione, ridotta dimensione d’impresa, pochi investimenti in innovazione e ricerca …”. Si continua, inoltre, a disegnare un quadro economico in cui una presunta cattiva finanza “scaccia” un’altrettanta finanza buona. Non si capisce, né mai si accenna a voler comprendere, la reale motivazione di una “cattiva finanza”, a meno che non si voglia credere o far credere che per qualche sciagurata circostanza tutti i capitalisti ingordi e manigoldi siano in Italia. Soprattutto non si capisce il perché, nonostante le strutture produttive dei paesi del Nord Europa, così come per esempio quelle Francesi o degli stessi Stati Uniti d’America, siano di dimensioni maggiori alle nostre e dove le percentuali di spesa statale in innovazione e ricerca sono maggiori alla nostra, la crisi economica e sociale è comunque presente. Non volendo in queste poche righe banalizzare oltremodo le ragioni di una crisi economica e sociale internazionale, seconda solo a quella del ‘29 e quindi non legata alla pur reale sottodimensione delle nostre aziende manifatturiere, né dalla particolare avidità della nostra borghesia nazionale, occorrerebbe comprendere inoltre che la crisi non è dettata dal sottoconsumo. Non è che ingenti masse di lavoratori abbiano per qualche ragione particolare smesso di comprare merci in quanto totalmente soddisfatti dei loro bisogni e necessità, contrariamente si è smesso di produrre, cioè la produzione è crollata perché vi era una situazione di sovrapproduzione che non garantiva più margini di profitto adeguati, ragione questa che aveva spinto e spinge ciclicamente a ricercare maggiori profitti dalla dimensione finanziaria e non più o non solo dalla dimensione di economia manifatturiera. Nel tentativo di mantenere inalterati questi saggi di profitto si è passati alla deflazione salariale che ha aumentato la crisi stessa in un circolo vizioso che si potrà fermare solo quando le condizioni di profittabilità saranno ricreate. Che queste condizioni vogliano dire milioni di disoccupati, minori aspettative di vita, distruzione di merci e manufatti, miseria e povertà dilagante, al sistema economico, non importa. Basta guardare la Grecia di oggi dove negli ospedali e nell’ambito dei sistemi sanitari non sono più garantiti i medicinali di prima necessità o dove i bambini degli asili e delle elementari svengono sempre più frequentemente durante le lezioni per mancanza di calorie sufficienti e di un’alimentazione adeguata. Nessun uomo di buon senno potrebbe giustificare una tale situazione, ma è la realtà. Tornando nel merito del Piano si prevede, per la necessità di porre un argine alla disoccupazione dilagante e alla situazione delle nuove generazioni, una grande concorso pubblico di assunzione dei giovani per il ripristino e per la bonifica del territorio e per la sostenibilità delle reti infrastrutturali. Ci sembra, sindacalmente parlando, una possibile soluzione, ma questo significa spostare ingenti risorse economiche dall’appropriazione individuale o di classe verso lavori e settori che oggi chiamiamo “bene comune”. Significa, cioè, recuperare quel divario, che la stessa relazione evidenzia, fra rendite e profitto a scapito del lavoro e “ che ha portato alla riduzione dal 1980 al 2012 di 8 punti di quota di reddito nazionale prima devoluta ai salari”. Fare concretamente questa scelta significa e non può che significare rilanciare il conflitto nei posti di lavoro. Declinare il Piano del Lavoro nelle vertenze nazionali e contrattuali. Rovesciare su alcune battaglie parziali tutta la forza e l’intelligenza della Confederazione (il caso FIAT per esempio.) In sostanza se necessità di un piano del lavoro esiste, tale proposta non può essere veicolata come è nella realtà apparsa, come una delle tante proposte al futuro governo che si spera amico, ma dandogli senso e forza a partire da una profonda discussione fra i lavoratori tutti e soprattutto in completa autonomia dalle necessità elettoralistiche e di alchimie governative che la fase politica sempre più mette in evidenza. *FILT CGIL Regione Toscana
IN EUROPA SI ESTENDE L’ATTACCO AI DIRITTI DEI LAVORATORI L’11 gennaio c.a., dopo tre mesi di trattativa, le più importanti organizzazioni padronali francesi – tra cui Medef, la Confindustria - hanno raggiunto un accordo con i sindacati CFDT (1), CFTC (2), CFE-CGC (3), per sviluppare “un nuovo modello economico e sociale per la competitività delle imprese e per l’occupazione”; all’inizio di marzo, sulla base di questo accordo, dovrebbe essere presentato un progetto di legge in Consiglio dei Ministri per essere portato successivamente in Parlamento. L’accordo non è stato sottoscritto dalla CGT (4) e da FO (5) rappresentanti la parte maggioritaria dei lavoratori rispetto ai sindacati firmatari; CGT e FO lo hanno giudicato negativamente sia per quanto riguarda il problema dei licenziamenti che per i riflessi sul codice del lavoro francese. Per la CGT l’accordo lede profondamente i diritti dei lavoratori e contiene diverse disposizioni atte a facilitare i licenziamenti e ad accentuare flessibilità e precarietà, introducendo la possibilità di intese aziendali o territoriali che permettano la riduzione dei salari e l’aumento dell’orario di lavoro assieme alla perdita delle garanzie normalmente previste. Si concorda infatti che ci possano essere intese aziendali meno favorevoli dei contratti collettivi e delle stesse leggi in vigore; nel caso di “gravi problemi congiunturali” attraversati dall’azienda si lascia poi la scelta al lavoratore se accettare l’abbassamento del salario e l’aumento dell’orario, oppure il licenziamento per giusta causa. Il padronato si troverà così in mano un potere formidabile dal momento che gli verrà permesso, per problemi produttivi anche presunti, di trasferire di sede i lavoratori o di cambiarne le mansioni; in caso di rifiuto da parte del lavoratore si potrà essere licenziati per motivi personali. Inoltre, per quanto riguarda il part-time, si introducono novità negative poichè l’orario settimanale previsto potrà essere aumentato con delle deroghe e con meccanismi di maggiore flessibilità. Per ultimo la Confindustria francese vuole decidere le procedure di licenziamento ed i contenuti dei piani sociali attraverso un semplice accordo di impresa e, in assenza di questo, attraverso un documento dell’impresa. Naturalmente Medef presenta tutto questo insistendo sul fatto che “i licenziamenti di oggi saranno i posti di lavoro di domani”…. I sostenitori dell’accordo mettono in risalto che i contratti a tempo determinato, che interessano alcuni milioni di lavoratori, avranno un costo maggiore per il padronato, assieme però a sgravi sui contributi per le assunzioni di giovani sotto i 26 anni. Anche l’estensione della assicurazione sanitaria complementare non è esattamente come viene presentata, visto che i lavoratori delle imprese sotto i 50 dipendenti rischiano di non essere coperti se non attraverso un accordo di settore che al momento non è garantito. L’indennità di disoccupazione “ricaricabile” (chi trova una nuova occupazione e non ha utilizzato tutte le sue indennità le potrà conservare in caso di ulteriore perdita di lavoro) deve in realtà trovare ancora il finanziamento, che rischia quindi seriamente di essere costituito dall’abbassamento delle indennità stesse. Questo accordo, che si inserisce perfettamente nelle linee indicate dalla Banca Centrale Europea e dal Fondo Monetario Internazionale, chiarisce bene l’indirizzo preso nell’Unione Europea per quanto riguarda il lavoro ed i lavoratori: smantellamento dei diritti, ricatto occupazionale per poter abbassare i salari e le conquiste sociali in nome della competitività. Queste politiche, attuate in Italia prima dal Governo Berlusconi e successivamente con efficacia dal Governo Monti, sostenuto da una grande maggioranza che andava dal PD al PdL, si stanno quindi estendendo. E’ quanto sta succedendo nella maggior parte dei paesi dove pure i cosiddetti governi “amici”, in cui tanti continuano a sperare per poter risolvere i problemi dei lavoratori, dei disoccupati in particolare giovani e donne, dei pensionati, portano avanti politiche restrittive e di tagli al welfare. Questo sta avvenendo anche in Francia nonostante le tante aspettative che aveva suscitato l’elezione del socialista Hollande alla Presidenza della Repubblica. Ma su questo ci permettiamo di dire che, invece, non dovrebbe esserci alcuna sorpresa visto il ruolo storico svolto dal riformismo e dalla cosiddetta “sinistra” ministeriale. La CGT, FO, ed altri sindacati professionali e di base, hanno indetto per il 5 marzo uno sciopero generale contro l’accordo sulla competitività; questo mentre in Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, le politiche antisociali dei vari Governi stanno trovando una crescente opposizione. Lo sciopero in Francia è sicuramente un primo passo, importante, che però risulterà insufficiente se non si estenderà ad una mobilitazione europea sempre più ampia, ad un sindacato sempre più continentale che si muova in piena autonomia e che guardi solo agli interessi di classe dei lavoratori e di tutti gli sfruttati. M.A.S. – Iscritto alla CGIL
1) La CFDT è, con la CGT, il sindacato francese più importante. Nata nel 1964 dalla CFTC aveva elaborato nel tempo un progetto di “democrazia economica” accostandosi dopo il 1968 a tematiche autogestionarie. Finita successivamente nell’orbita politica del partito Socialista, si è sempre più spostata su posizioni moderate e subalterne. 2) La CFTC è un sindacato dei lavoratori cristiani. 3) CFE-CGC è un sindacato di quadri e dirigenti. 4) La CGT (Confédération Générale du Travail), costituitasi nel 1895, stipula nel 1902 un patto con la preesistente "Federazione delle Borse del Lavoro", camere locali che erano luoghi intercategoriali di riunione, discussione, formazione; in tal modo la C.G.T. acquisisce una struttura allo stesso tempo verticale/categoriale, ed orizzontale. Nel 1906 promuove la "Carta di Amiens", che nasce dall'incontro tra le idee anarchiche e l'esperienza dell'azione professionale. Successivamente cade sotto il controllo del Partito socialista e poi del Partito Comunista. 5)F.O. (Force Ouvriere) è un sindacato nato, nel dicembre 1947, dalla scissione dei socialisti dalla CGT. Il fenomeno riformista nella sua evoluzione storica per precisare che, quando parliamo di “riformismo”, non ci riferiamo a una storica componente politica e sindacale generalmente orientata, così com'è stata in passato, a realizzare riforme per migliorare le condizioni di vita delle classi subalterne, al fine di emanciparle dal bisogno per renderle permeabili a un processo di costruzione del socialismo. Oggi il termine “riformismo” viene continuamente enunciato, ma senza alcun riferimento storico però, al punto che ha assunto finalità politiche decisamente reazionarie, ben sintetizzate dall’intento “montiano” di federare i riformisti presenti in tutti gli schieramenti al fine di “sbloccare il paese” dall’impianto conservatore che, nello specifico del centro sinistra, allignerebbe agli estremi del Partito Democratico e, precisamente, in “Sinistra – Ecologia – Libertà, oltre che nella CGIL: specialmente quest’ultima avrebbe ostacolato l’intento di riformare il mercato del lavoro, un genuino intento “riformista” intrapreso dal suo governo. Il 23/01/2013 al World Economic Forum di Davos, in Svizzera, Monti ha affermato che sulla riforma del lavoro c'è ancora molto da fare, perché nonostante l'operato del ministro Elsa Fornero "non siamo andati abbastanzi lontani" a causa della Cgil, che "è considerevolmente resistente al cambiamento". A Monti e al blocco sociale che lo sostiene sfugge la più corrente e concreta dinamica sociale, che viene ricondotta all’impostazione parlamentare e ai contrasti tra le burocrazie sindacali, per esorcizzare quel conflitto tra capitale e lavoro che continua a covare sotto la cenere delle fasi alterne dello scontro tra le classi. In questo caso l’intento riformista dell’ex rettore della “Bocconi” si risolve nella volontà di realizzare la demolizione di quelle conquiste sociali e del lavoro prodotte dalle dure lotte dei passati decenni, per affermare le tendenze neoliberiste del capitale finanziario nel quadro dell’imperialismo europeo. Una simile interpretazione non è poi peregrina e ben si ricollega ai concetti riformisti di “unità nazionale” che abbiamo sintetizzato nella precedente comunicazione, alla quale rimandiamo (vedi “Difesa Sindacale n. 17). Registriamo comunque una allarmante aderenza di quei concetti agli attuali e variopinti neoliberismi, a riprova che le tendenze riformiste sono per loro natura labili, destinate come sono a risolversi nei più avariati prodotti delle crisi che maturano nel quadro dello scontro imperialistico tra potenze. Ciò premesso richiediamo alle compagne e ai compagni che ci leggono un minimo di sforzo applicativo al fine di impadronirsi di una terminologia apparentemente ostile e comunque non surrogabile per descrivere la realtà al fine di comprenderla. Definiamo e inquadriamo il fenomeno. La definizione di “riformismo” è antica e rimanda al contrasto storico tra rivoluzionari e riformisti, che è però qualche cosa di diverso dalle caricature e dalle esorcizzazioni cui è stato ingenerosamente sottoposto e liquidato, secondo le quali i riformisti intendevano raggiungere il socialismo attraverso le riforme, mentre i rivoluzionari no perché intendevano farlo con il sovvertimento immediato dell’ordinamento capitalistico. Secondo questo semplificatorio “clichè”, storicamente parziale ma che comunque sopravvive in un immaginario collettivo ancora oggi ben radicato nella sinistra istituzionale, ai riformisti spetterebbe il primato del gradualismo e della concretezza mentre ai rivoluzionari, ormai scomparsi e comunque rincoglioniti, quello dell'idealismo e dell'astrazione. In altre parole: i riformisti sarebbero gli innovatori mentre, i loro critici rivoluzionari, qualora continuino a esistere, assumerebbero le sembianze di nostalgici e conservatori fuori dal mondo. Tra l’altro una simile interpretazione, che viene contrabbandata come obiettiva, comporta una oggettiva criminalizzazione di chi riformista non si dichiara, in quanto può essere accomunato facilmente alle tendenze terroristiche di estrema sinistra. Ma la storia dei fenomeni sociali è assai più complessa delle sopra dette semplificazioni autoritarie, essa è soprattutto un processo evolutivo, costituita com'è da intrecci che fanno giustizia delle caricature denigranti. La differenza storica tra riformisti e rivoluzionari inizia a sussistere nella constatazione che i primi, dopo il percorso della socialdemocrazia storica, una parabola lunga oltre un secolo, ricca di esperienze contraddittorie oscillanti tra lotta di classe, gestione del potere politico, tendenze massimaliste, democratico borghesi, nazionali, patriottiche, bellicistiche e anche decisamente autoritarie, hanno finito per convenire che il sistema capitalistico non sia superabile e tanto vale la pena risolversi in esso. Un'altra importante differenza che la storia del movimento operaio e sindacale ben evidenzia è la seguente: per i riformisti appare in qualche modo scontato il comando dell'organizzazione politica (partito) sull'organizzazione di massa dei lavoratori (sindacato). Questa concezione ha dato luogo, nel corso di oltre un secolo, a vari livelli di dipendenza tra partiti politici parlamentari e organizzazioni sindacali: si pensi, al riguardo al patto tra PSI e CGdL nel 1907 laddove si attribuiva alla Confederazione il primato della lotta economica e al partito socialista quello della lotta politica; al complesso rapporto di “cinghia di trasmissione” che legò la CGIL al PCI e l'intero sindacalismo confederale ai partiti politici parlamentari; alla logica delle componenti che caratterizzò la CGIL fino al 1989; al complesso rapporto tra CISL e Democrazia Cristiana fino all'attuale e aperto sostegno della CISL medesima all’esperienza politica intrapresa da Monti e, infine, il rapporto tra CGIL e Partito Democratico nelle sue multiformi componenti, un rapporto, questo, certamente più edulcorato che in passato, così come fu tra CGIL e PCI, ma non privo di pressioni determinanti sull'intero gruppo dirigente centrale e periferico dell'organizzazione. E' su queste premesse che nasce e si sviluppa quella concezione praticistica “del fine che giustifica i mezzi” che vanta precedenti devastanti nella tradizione cattolica, socialdemocratica e staliniana, laddove la funzione sindacale assume rilevanza non già per la sua capacità di difendere gli interessi immediati e storici dei lavoratori e delle classi subalterne, ma nel preservare la funzione di intermediazione dei gruppi dirigenti sindacali con il potere economico e politico, salvaguardando le compatibilità con il sistema capitalistico (difesa dell'economia nazionale) al fine di essere riconosciuti come interlocutori dell'uscita dalle crisi e delle successive politiche espansive. Questa caratteristica ha progressivamente ridotto i gruppi dirigenti della CISL e della UIL a quella ormai evidente dimensione neocorporativa che si concreta nel sindacato “per i lavoratori” (e non più dei lavoratori) quale prodotto della pianificazione autoritaria imposta dal capitale finanziario che tende a esaltare la burocrazia sindacale e a ridurre la democrazia sindacale a puro enunciato. Con il termine “riformismo” ormai s'intende quella concezione del mondo che ritiene il capitalismo come l'ultimo, l'unico e il migliore dei mondi possibile, e che ritiene di migliorarlo incurante delle conseguenze che queste migliorie operano sulla sua stessa natura e tenuta che coincidono, nel medio e lungo periodo, con il suo rafforzamento e con l'indebolimento dell'opposizione sociale e della stessa capacità di difendere la qualità della vita dei lavoratori e delle classi subalterne. In questo orientamento le conquiste sociali divengono una conseguenza dello sviluppo capitalistico: quanto più il capitalismo crescerà tanto più aumenterà il benessere delle classi subalterne, in una logica totalmente dipendente dal capitalismo medesimo, di cui ormai sono parte integrante. Da questi orientamenti la CGIL ha cercato di sganciarsi, valorizzando la sua storia migliore e ponendo in essere un percorso di autonomia che, sia pure contraddittorio e ricco di cadute, ha dato luogo a processi unitari che hanno consentito al lavoro, ai diritti e alle tutele di non essere completamente sovrastati dalla montante marea neocorporativa che ha ormai travolto lo schieramento sindacale e politico nel nostro paese. Ma vi è anche una concezione diversa che noi rivendichiamo, che non si arresta di fronte a una forma determinata dello sviluppo economico e sociale, una concezione che ritiene il capitalismo una fase come tutte le altre che hanno costituito la storia del mondo, una fase transitoria alla quale dovrà seguirne un'altra; ma non è detto che questa debba essere migliore dell'attuale: lo sarà solo se saranno posti in essere i necessari percorsi e i necessari strumenti che agevoleranno il cambiamento che, per noi, coincide con il superamento del sistema capitalistico. Giova al riguardo un riferimento storico, per dimostrare come questo genere di problemi sia stato posto oltre 160 anni or sono e come il livello di critica espresso nella citazione che segue sia sempre attualissimo e suscettibile della massima considerazione. Nel 1848 Marx e Engels affermavano: “...Una parte della borghesia desidera di poter rimediare agli inconvenienti sociali, per garantire l’esistenza della società borghese. Rientrano in questa categoria economisti, i filantropi, umanitari, miglioratori della situazione della classi lavoratrici... I borghesi socialisti vogliono le condizioni di vita della società moderna senza le lotte e i pericoli che necessariamente ne derivano. Vogliono la società attuale sottrazion fatta degli elementi che la rivoluzionano e la dissolvono. Vogliono la borghesia senza il proletariato. La borghesia si raffigura naturalmente il mondo ov’essa domina come il migliore dei mondi possibili. Il socialismo borghese elabora questa consolante idea in un semisistema o anche in un sistema intero. Quando invita il proletariato a mettere in atto i suoi sistemi per entrare nella nuova Gerusalemme, il socialismo borghese non fa altro in sostanza che pretendere dal proletariato che esso rimanga fermo nella società attuale, ma rinunci alle odiose idee che di essa si è fatto..”
Riformismo e imperialismo lotte di classe, le condizioni di vita dei lavoratori e delle classi subalterne dall'altra, proprio per questa loro funzione, sono divenute un elemento di stimolo all'innovazione capitalistica consentendo al capitalismo di crescere e di rafforzarsi. Quando, sotto i colpi della crisi, le condizioni minime delle classi lavoratrici non vengono difese e tutelate sufficientemente, sono i momenti in cui il movimento operaio subisce la reazione padronale e le compagini governative sono dichiaratamente conservatrici: in queste fasi, che poi è quello che sta accadendo in Italia e in Europa, il ruolo di tutela e anche la sopravvivenza delle organizzazioni sindacali riformiste è seriamente messa in discussione, e la loro mutazione da struttura riformista ad altro è altamente probabile. Al riguardo il fascismo non portò solo alla disgregazione dell’intero panorama riformista nelle sue configurazioni politiche e sindacali, ma il loro sgretolamento finì per apportare diffusissime connivenze se non, addirittura, notevoli consensi al nascente regime fascista. Oggi, nell'attuale fase di ristrutturazione capitalistica imposta dall'accresciuta concorrenza internazionale, al mutare dei contesti che negli anni '20 del novecento portarono alla dittatura fascista e alla dissoluzione delle organizzazioni politiche e di massa del proletariato, si realizza quell'involuzione neo corporativa di CISL e UIL ormai completamente assimilate, per la loro composizione sociale prima ancora che nelle scelte sindacali, alle esigenze dell'imperialismo italiano. Sul terreno politico la più recente parabola di alcuni partiti riformisti è paradigmatica e, al riguardo, ricordiamo la fine del vecchio PSDI di Saragat, del PSI di Craxi o dello stesso ex PCI e, per quanto riguarda la contemporaneità, la funzione a tratti decisamente neoliberista svolta da interi settori del partito democratico. La natura duale che il riformismo è andato storicamente assumendo se da una parte ha storicamente difeso sia pure dietro la spinta della lotta di classe, gli interessi dei lavoratori e delle classi subalterne, ha inevitabilmente prodotto la subalternità al capitalismo prima e alle sue successive configurazioni imperialistiche poi. E’ proprio con l'avvento dell'imperialismo che il riformismo si evolve da deviazione del movimento operaio a forma posta a sostegno dell'imperialismo medesimo. Queste considerazioni rimandano a un corpo di analisi che a sua volta rinvia ad alcune fondamentali premesse: non si è mai stati, e non si è attualmente, in presenza di vari imperialismi che si scontrano in perenne conflitto tra di loro ma, più correttamente, il conflitto che a livello internazionale ha opposto, talvolta fino alla guerra, vari soggetti imperialistici è avvenuto e avviene all’interno di un medesimo contesto costituito dall’evoluzione imperialistica del capitalismo. Così come ieri non si era in presenza di un imperialismo occidentale egemonizzato dagli USA, contro il quale i comunisti nazionali, validamente rappresentati dal neo togliattiano PCI, schieravano le masse operaie italiane poste a sostegno dell’URSS con una precisa scelta di campo nei confronti dell’allora imperialismo sovietico, oggi non si è in presenza di un imperialismo occidentale, sia pure diviso e in crisi di leaderschip, attorno al quale catalizzare le masse europee per schierarle contro l’imperialismo cinese e dei paesi in via di sviluppo. Oggi come ieri siamo di fronte a un medesimo fenomeno imperialistico, all’interno del quale si scontrano e si alternano le colossali regie e le patetiche comparse delle varie articolazioni del potere economico e politico a livello continentale e territoriale, fino ai singoli stati i cui interessi imperialistici particolari, più o meno rilevanti, non consentono ancora un decollo delle componenti imperialistiche più mature verso una composizione più organica e meno contraddittoria, così come sta avvenendo in Europa, le cui componenti imperialistiche dovrebbero essere unite ma non sono ancora in grado di porre in essere le condizioni di questa unità. Se è assolutamente lecito parlare di “imperialismo europeo”, ciò avviene in considerazione delle contraddizioni che scuotono questa inevitabile tendenza, ampiamente condizionata dalla storia d’Europa laddove i vari segmenti imperialistici sono costretti a stare assieme per contrastare l’imperialismo cinese ma non esprimono ancora la maturità e la consapevolezza per costituire un insieme organico. Il caso della Germania, dell'Inghilterra, della Grecia e, per altri versi dell’Italia, costituiscono eclatanti conferme in tal senso. In ogni caso s’intende imporre in modo appropriato alle condizione dei singoli stati “il modello tedesco” quale equilibrio più avanzato e trainante del capitale finanziario europeo. La situazione in Italia, alcuni riferimenti di analisi E’ questa esigenza che ha creato la drammatica situazione greca e, in Italia, la fine del governo Berlusconi e l’ascesa del governo Monti, che ha galleggiato efficacemente su una “grosse coalition” rappresentata da partiti che un tempo furono di maggioranza e di opposizione, e sempre più si configura quale la formula vincente per rilanciare il debole imperialismo italiano ancorandolo saldamente all’imperialismo europeo e destinato, per questa sua inevitabile sorte, a risolvere tutte le sue anomalie - polverizzazione delle imprese, deindustrializzazione, squilibrio nord/sud, corruzione e criminalità dilaganti, evasione fiscale generalizzata, rissosità e instabilità del quadro politico, farraginosità del sistema pubblico, nel quadro storico del dirigismo statale in economia - che dovranno essere ricondotte a fisiologici livelli, così come avviene in altri paesi europei. In Italia, con il governo Monti, è entrata direttamente in campo l’Europa imperialista, anche se questo ingresso non potrà che essere inevitabilmente mediato dalla sopra descritta anomalia italiana, con la quale anche l’imperialismo europeo deve fare i conti. E’ in questo contesto che si rivela l’inadeguatezza riformista che, in materia sindacale, fornisce alcune regie più o meno contraddittorie. Da una parte la deriva neo corporativa di CISL e UIL che, comunque, ben esprime le tendenze del suo corpo sociale, dall’altra l’opposizione che ha caratterizzato l’azione della CGIL in questi ultimi anni: un' opposizione che non ha potuto sottrarsi alle rilevanti pressioni del quadro politico, in particolare del Partito Democratico, per un suo definitivo adeguamento alle direttive del capitale finanziario e all’imperialismo europei, nella speranza di trarre futuri benefici conseguenti all’aver garantito l’uscita dalla crisi a spese dei lavoratori, delle classi subalterne e delle loro conquiste storiche. La subalternità dei gruppi dirigenti della CGIL al quadro imperialistico, mai del tutto superata, è quindi destinata a riemergere a sostegno dell’intento di consentire il rilancio del debole imperialismo italiano sui mercati esteri, per ridare crescita al paese e per recuperare quel ruolo concertativo e quella credibilità della burocrazia rispetto agli equilibri del potere economico e politico che la crisi capitalistica ha progressivamente messo in discussione, ormai in maniera irreversibile. Il luogo comune sul tramonto del sindacato, tema storicamente carissimo alla borghesia specialmente nelle situazioni di crisi, se da una parte è decisamente smentito dalle tendenze dello scontro di classe, vedi il ruolo della FIOM e la sua tenace ed efficacissima resistenza e dal successo della CGIL nelle elezioni RSU della pubblica amministrazione, dall’altra trova conferma nelle difficoltà della CGIL medesima nell'affermare la propria piena autonomia dal quadro politico, proprio in virtù della natura sociale che abbiamo cercato di identificare che la induce a ricercare la sua identità non oltre, ma dentro, un quadro imperialistico per altro profondamente mutato, non più disponibile a mediare con il riformismo i propri interessi di classe e le proprie prospettive di espansione. Conclusioni provvisorie Questa riflessione è stata scritta prima delle elezioni politiche che vedono un buon numero di esponenti della CGIL candidati nelle liste del Partito Democratico, di – Sinistra- Ecologia-Libertà e di Rivoluzione Civile: non è un buon segnale perché rimanda alle peggiori stagioni del sindacalismo confederale, laddove l'autonomia sindacale era annullata dal ruolo di cinghia di trasmissione dei partiti parlamentari. Non si tratta di sindacare sulle scelte individuali dei singoli, ma la presenza di Guglielmo Epifani quale capolista in Campania per il PD alle prossime elezioni politiche, unitamente a quella di numerosi altri dirigenti della CGIL che si somma a quella di altri esponenti dell’organizzazione già passati alla politica, la presentazione in piena campagna elettorale del “Piano per il lavoro” delineano l'allarmante scenario di una CGIL nuovamente disponibile a delegare la difesa degli interessi dei lavoratori all'azione parlamentare e a quella del governo della repubblica, riesumando la sciagurata tesi del governo amico. Oltre all’illusione parlamentare che replica pericolose scorciatoie per aggirare le difficoltà del presente, dove dominano incontrastate le articolazioni dell’imperialismo europeo che hanno progressivamente paralizzato i poteri decisionali dei singoli parlamenti nazionali e la medesima democrazia borghese, è la stessa autonomia della CGIL che è messa in discussione con il concreto prospettarsi di una delega integrale alla politica, nella cornice frontista di un aperto sostegno a un governo a maggioranza PD apertamente sostenuto dalla CGIL. Questo tendenziale schiacciamento sulla politica riguarda tutte le componenti della CGIL: maggioranze e minoranze vecchie e nuove sembrano impegnate a piazzare i propri esponenti nel parlamento della repubblica e, comunque, riducono la questione dell’autonomia sindacale a una questione di inviti. Ci riferiamo alle numerose proteste per il mancato invito di “Rivoluzione Civile” alla Conferenza di Programma della CGIL, svoltasi il 25 - 26 gennaio us a Roma dove è stato presentato il Piano del Lavoro. Comprendiamo il risentimento dei compagni di “Rifondazione Comunista” che, a nostro avviso, sono stati ingiustamente esclusi: ma la loro presenza avrebbe piuttosto confermato anziché contraddetto il carattere elettoralistico della Conferenza di Programma. Il fatto è che anche l’opposizione interna alla CGIL sta delegando alle forze politiche parlamentari la propria stessa funzione: che a rappresentarla sia “Rivoluzione Civile” anziché il PD o “Sinistra Ecologia e Libertà” non muta i termini della questione poiché è sempre l’autonomia della CGIL ad essere messa in discussione e la sua opposizione interna ad essere ipotecata. E’ necessario riprendere la discussione e il confronto tra le componenti di classe della CGIL per affermare la sua autonomia, rivendicando un’azione sindacale che unisca i lavoratori e le classi subalterne in un programma di difesa del salario, del lavoro, dei diritti e delle tutele.
DARE RAPPRESENTANZA AI PRECARI (prime considerazioni) di Alessandro Granata* Rappresentare i precari ed i disoccupati è una delle sfide che la Confederazione deve raccogliere per il prossimo futuro altrimenti le sfuggirà un radicamento importante e sostanziale nel mondo del lavoro. I dati parlano chiaro circa un quarto dei lavoratori attivi sono “stabilmente” precari. Difficilmente raggiungibili per la loro natura nella organizzazione del lavoro, spesso isolati, ancora più spesso volatili da categorie ad altre. Senza perifrasi cercherò di sintetizzare i nodi della questione che maggiormente interessano ed urgono di risoluzioni immediate. Dal pacchetto Treu, alla Legge 30 e alla Legge Fornero si è aperta una forbice che si è fatta sempre più larga tra lavoratori che mantengono alcuni fondamentali diritti, tra cui la rappresentanza (oggi sempre più messi in causa) ed i lavoratori precari che a parità di mansione nella stessa categoria, non godono né degli stessi diritti né delle stesse forme di salario. La crisi economica, o meglio la scomparsa di freni moderatori a livello macroeconomico, hanno aperto un vulnus ancora più tragico nella sfrenata economia ultraliberista. Si pretende che i lavoratori paghino loro soltanto il prezzo della speculazione finanziaria che ha messo in crisi vaste aree economiche producendo una polarizzazione ancora maggiore delle ricchezze. Forzosamente la crisi produce ancora più miseria, disoccupazione e precarietà. I disoccupati non sono o non sono bene organizzati, e questo merita una riflessione a parte. I precari purtroppo sono sia poco organizzati sia scarsamente rappresentati e tutelati. Il nodo della rappresentanza è di natura fondamentale per la sua rilevanza democratica. Ed è strategico per un sindacato che voglia rappresentare con forza le ragioni dei lavoratori. Ad oggi gli esperimenti messi in campo dalla CGIL per organizzare e difendere i diritti del precariato si sono strutturati in tre tipi di esperienze: La prima quella del Nidil, poi la FLC che ha creato un coordinamento precari nazionale come organismo statutario stabile, organismo di consultazione prezioso per la categoria. E da ultimo i giovani NON+, tentativo questo di dare spazio anche alle politiche giovanili. Premesso che è necessario che ogni categoria si occupi del proprio precariato cercando di stabilizzarlo, e premesso altresì che la precarietà è divenuta condizione stabile in molti settori, ne deriva la necessità di dare più voce e più rappresentanza a questi lavoratori. Soltanto l’assunzione di un maggior peso specifico dei precari nelle categorie e nella confederazione potrà adeguatamente rappresentare questi lavoratori che altrimenti, nonostante le affermazioni di principio, saranno esclusi da ogni concreta rappresentanza, al di fuori di un reale ruolo contrattuale e privi di una pur minima agibilità sindacale. Questo passaggio potrà realizzarsi se tutto il mondo del precariato, tempi determinati, collaborazioni, interinali, partite IVA, saranno organizzate in un’unica federazione di categoria in un rapporto stretto con le altre categorie anche con soluzioni innovative per quanto riguarda il tesseramento, prevedendo l’iscrizione dei tempi determinati nella specifica categoria di appartenenza e il versamento di una percentuale della quota sindacale al NIDIL (canalizzazione) . Ed è proprio il Nidil che dovrebbe farsi carico di ripensare un modo di rappresentare unitariamente la totalità del precariato. Pensando e ripensando modi di dare rappresentatività alla precarietà nelle sue forme più volatili trasversali alle categorie. Vi è la necessità di ristrutturare il Nidil in una vera e propria federazione che serva da collettore di tutto il precariato. Si potrebbe pensare ad un vera e propria Federazione dei Lavoratori Precari e Disoccupati. Quale vero rappresentante collettivo di questo segmento grigio del mondo del lavoro e dell’assenza del lavoro. Questa sarebbe un soggetto con pari dignità fra le altre categorie della confederazione, agirebbe da centro organizzatore e pivot di smistamento delle questioni pertinenti alle altre categorie. Ma avrebbe una vera e propria autonomia organizzativa ed un qualche coerente potere contrattuale con la Confederazione. Si tratta di mettere in campo delle scelte coraggiose ma che ormai sono sempre più improcrastinabili è il mondo del lavoro stesso profondamente cambiato che ce lo chiede e sono i nostri precari che ce lo chiedono, contarsi per potere rendicontare e contare di più all’interno della nostra Confederazione.
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