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Convegno 2 aprile '11  

MEMORIA

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Difesa Sindacale

LA COMPONENTE ANARCHICA NELLA
CONFEDERAZIONE GENERALE ITALIANA
DEL LAVORO (1944 - 1960)

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Comunisti Anarchici e Libertari in CGIL n. 46 agosto 2018


Care compagne, cari compagni,

 

le note che seguono costituiscono il contributo di “Difesa Sindacale” al XVIII congresso della CGIL che vede presentati due documenti: “Il Lavoro è’” e “Riconquistiamo tutto”.

La pubblicazione ufficiale del XVIII congresso, denominata “documenti congressuali” riporta nella prima copertina il titolo di un solo documento “Il lavoro è” mentre l’altro, “Riconquistiamo tutto”, non compare se non all’interno, ovviamente.

Ora noi siamo anti formalisti e quindi non ci formalizziamo, né vogliamo scivolare sul piano della polemica per quella che crediamo sia una svista: ma una svista molto eloquente, che esprime l’insofferenza per ogni dissenso, evidentemente ancora ben piantata in CGIL.

Ai burocrati che molto eventualmente potrebbero pensare di inventarsi qualche pindarica giustificazione al riguardo, ammesso e non concesso che considerino queste note come degne di attenzione il che ci stupirebbe alquanto, risponderemmo con belle parole non nostre: “ nei dettagli si nasconde la vita”.

Entrando nel merito del dibattito congressuale premettiamo che questo nostro contributo non esaurisce di certo la discussione, e crediamo che siano necessarie alcune considerazioni, prima ancora di giungere ad affrontare i due documenti.

La prima considerazione riguarda l’esperienza delle aree programmatiche di opposizione per come si è sviluppata attraverso un percorso storico trentennale fino all’epilogo attuale che definiamo “tra integrazione e isolamento”, nel quadro dei mutamenti capitalistici intercorsi a livello internazionale e nazionale.

Questa esperienza che in alcune fasi ha qualificato l’opposizione di classe dell’intero sindacalismo italiano si è progressivamente risolta, sia pure con caratterizzazioni alquanto diverse, in parte nella nuova maggioranza approdando al documento “Il lavoro è” e in parte in una nuova minoranza rappresentata dal documento “Riconquistiamo tutto”.

La formulazione di un documento alternativo è avvenuta senza sviluppare un’analisi critica dell’esperienza delle aree programmatiche e in questa omissione la nuova minoranza non si è distinta da quelle componenti della vecchia che, altrettanto acriticamente, hanno aderito alla maggioranza.

Apprezziamo gli sforzi della nuova minoranza profusi nel superare concretamente il settarismo che ha caratterizzato la precedente esperienza de “Il sindacato è un’altra cosa”, ma il documento in questione, seppur condivisibile, è nella sua sostanza enunciativo e troppo simile a un programma politico, al punto che sarebbe necessaria proprio una forza politica per portarlo avanti.

Anche le componenti della vecchia minoranza che facevano riferimento a “Lavoro e società” e che hanno aderito al documento “Il lavoro è ”, tendono a mantenere la forma delle precedenti aree programmatiche, evitando di sciogliersi definitivamente nella maggioranza, come “Lavoro e società” e “Democrazia e Lavoro”.

Per come conosciamo queste esperienze di opposizione e di impegno sindacale profuso dalle compagne, dai compagni e dalle loro storie personali e collettive, non crediamo che le motivazioni fondanti dell’adesione alla nuova maggioranza siano ascrivibili solo alla necessità di garantirsi qualche poltrona. Se questo è un aspetto da non trascurare perché qualifica la deriva burocratica di una parte dell’esperienza delle aree programmatiche, è pur vero che l’ingresso in maggioranza di un tessuto vasto di dirigenti sindacali, delegate e delegati, iscritte e iscritti provenienti dai precedenti percorsi di opposizione è avvenuto anche per non creare nuove divisioni, nella consapevolezza delle difficoltà della fase che implicano percorsi unitari e non divisivi. Unitari sì, ma non subalterni alla nuova maggioranza perché, alla fine, è questo il rischio che si corre quando si omette di interpretare criticamente la nostra medesima esperienza.

Con umiltà e chiarezza vorremmo dire a queste compagne e a questi compagni, che hanno presentato il documento alternativo o che hanno ritenuto di contribuire a migliorare il documento di maggioranza, che noi operiamo in un sindacato e non nel parlamento della repubblica, e che il gruppo dirigente della CGIL non può essere ridotto a una maggioranza parlamentare moderata alla quale opporsi con una minoranza parlamentare più qualificata a sinistra.

Questa tendenza alla semplificazione e, obiettivamente, alla caricatura, si è progressivamente affermata all’interno della CGIL al punto che, sia le maggioranze che le minoranze per come fino a oggi si sono alternate, non hanno mai fatto mistero di ritenersi orfane di un punto di riferimento politico parlamentare di sinistra “per il lavoro”.

Il fatto che questo punto di riferimento si risolvesse poi, per le maggioranze nelle varie formazioni politiche e nei vari governi di centro sinistra tendenzialmente moderati e comunque subalterni al modello capitalistico, e per le minoranze nelle componenti più radicali dello schieramento parlamentare il cui operato avrebbe comunque oscillato tra subalternità e impotenza, non cambia la sostanza della deriva parlamentaristica che l’azione sindacale ha da anni intrapreso, fino all’amara considerazione che tutte queste scelte hanno fallito dimostrandosi incapaci di prevedere e di arginare il consenso elettorale che una parte consistente della CGIL ha manifestato nei confronti della Lega e del M5S.

Ora noi siamo consapevoli di operare in una organizzazione sindacale composta da soggetti che in misura non trascurabile hanno votato per il governo reazionario in carica o per le compagini che hanno costituito i precedenti governi. Ciò ci preoccupa e ci amareggia ma non ci sorprende, in virtù di alcuni “punti fermi” che rivendichiamo e che ci hanno preservato da facili entusiasmi. Ci riferiamo alla consapevolezza teorica secondo la quale nella società capitalistica “l’operaio, in quanto operaio, è un elemento della società della merce, non il suo opposto”, per cui ciò che oggi accade nell’ambito del movimento sindacale italiano si era già manifestato in tendenza dal secondo dopoguerra in poi, quando al forte radicamento politico e sindacale nel triangolo industriale corrispondeva una diffusa debolezza nelle aree regionali vaste di Piemonte, Lombardia e Veneto, che rimanevano sostanzialmente democristiane.

In una condizione di crisi più che i programmi omni comprensivi e l’impegno talvolta ingrato nel condurli avanti, contano allora gli obiettivi: e se poi si considera che ogni congresso finisce per coinvolgere solo una quota ridotta di iscritte, iscritti e quadri sindacali, ne consegue che la ricostruzione di una qualunque area programmatica rischia di essere neutralizzata in partenza e ridotta al ruolo di minoranza testimoniale, autoreferenziale, divisiva e quindi tollerabilissima, se non addirittura invisa alle lavoratrici e ai lavoratori e all’intero movimento proletario, attraversato da una crisi profonda che progressivamente ne mina l’identità sindacale e organizzativa e lo spinge a identificarsi con l’avversario di classe.

Per meglio esprimere le difficoltà che individuiamo nel replicare l’esperienza di una nuova area programmatica o di far sopravvivere in qualche misura le vecchie, vogliamo fare un esempio.

Al XIV congresso del 2002 “Lavoro e Società” ottenne oltre il 18% dei consensi. Una forza modesta la cui capacità di azione sindacale era comunque fortemente accresciuta dal suo radicamento nei territori, tra le lavoratrici, i lavoratori, le categorie e le Camere del Lavoro e dalla sua indiscutibile capacità di esprimere un tessuto militante qualificato: caratteristiche queste che gli consentivano di andare molto oltre al proprio minoritarismo, riuscendo a interloquire con settori importanti del movimento sindacale. Ciò non ostante non fu per nulla scontato contrapporsi all’azione della maggioranza, e ben se lo ricorda chi visse quell’esperienza.

Oggi l’opposizione che si raccoglie attorno al documento “Il lavoro è” rischia di rimanere subalterna alla maggioranza, nella quale ancora si muovono componenti fortemente concertative; mentre il documento “Riconquistiamo tutto” sconta un ruolo inevitabilmente testimoniale e quindi facilmente isolabile, date anche le difficoltà della fase che stiamo vivendo. La prospettiva di ricostruire un’opposizione di classe interna alla CGIL potrà acquisire credibilità solo se saprà sviluppare un bilancio inevitabilmente critico della propria storia, in considerazione dei livelli di consapevolezza attuali espressi dal movimento sindacale italiano che sono ridotti ai minimi termini.

Le aree programmatiche hanno espresso un tessuto militante comunque prezioso, con il quale è necessario interloquire oltre i risultati congressuali, per riunirlo e riconnetterlo alla condizione reale della nuova organizzazione del lavoro e alle nuove figure sociali in essa emergenti. Ciò rende necessaria “la strategia dell’obiettivo”, da misurarsi non sulla capacità di articolare programmi vasti che divengono inevitabilmente, ambiziosi se non addirittura velleitari, irrimediabilmente politici e quindi divisivi, ma sul piano di obiettivi chiari, praticabili e unificanti, per ritornare a vincere su qualche cosa di concreto: salario, riduzione orario a parità di paga, previdenza e assistenza pubbliche.

Crediamo infine che il perseguimento della costruzione di un sindacato di classe concepito come organizzazione a se stante, sia un obiettivo suggestivo ma fragile se rapportato alle tendenze della società capitalistica e, non ostante alcuni successi che restano comunque episodici e non generalizzabili a contesti più ampi, costituisce una scorciatoia destinata a condurre la minoranza che persegue questo obiettivo all’isolamento e alla dispersione di energie altrimenti preziose.

Ed è proprio in base all’esigenza di ricostruzione di un tessuto militante unitario e di classe che le adesioni ai due documenti non possono che essere motivate in riferimento ai contesti in cui si opera e ai rapporti che nei territori, nelle categorie e nelle camere del lavoro siamo stati in grado di costruire fino a oggi, sviluppando pratiche di attività sindacale di base che qualifichino il sindacato come partecipativo delle lavoratrici e dei lavoratori evitando di porre in essere polemiche e comportamenti divisivi.

 

IL XVIII CONGRESSO DELLA CGIL

Con la convocazione delle assemblee di base si è aperto il percorso del XVIII congresso nazionale della CGIL che si celebrerà a Bari dal 22 al 25 gennaio 2019.

I documenti presentati sono due: “ Il lavoro E’ ” e “Riconquistiamo tutto”.

Il Lavoro È”

Con la predisposizione de “Il Lavoro E’” la CGIL ha avviato un confronto nell'organizzazione, con l'obiettivo di raccogliere i contributi delle iscritte e degli iscritti.

Si è posto in essere un percorso di costruzione del documento congressuale volto a superare la precedente logica che vedeva i documenti cadere dall’alto; un percorso che ha visto e vede il coinvolgimento attivo delle iscritte, degli iscritti e dei gruppi dirigenti dell’Organizzazione.

La positività di questo nuovo metodo è però incrinata dalla discrezionalità che le segreterie hanno avuto nel valutare i contributi. Inoltre non si può tacere sulla distanza che esiste tra le enunciazioni di partecipazione e democrazia e la prassi verticistica ormai consolidata nella formazione della linea e delle decisioni.

Emblematico al riguardo l'ultimo accordo del 28 febbraio 2018 con Confindustria sulla Contrattazione. Accordo che non ha visto né la partecipazione dei lavoratori, né quella delle strutture intermedie e periferiche dell’organizzazione.

Questo “Patto della Fabbrica”, come è stato denominato, è stato sottoscritto dal gruppo dirigente confederale nel più assoluto e ricercato isolamento. Eppure in questo documento si definiscono aspetti strategici della futura contrattazione.

I livelli di contrattazione, il recupero salariale, la centralità della produttività aziendale, l'inserimento di istituti di welfare aziendale nel computo del costo contrattuale.

Ma ancor di più si delinea un terreno di cogestione che rimanda alle stagioni della concertazione, avallando l'idea che lavoratore e padrone abbiano un comune interesse nell'azienda.

L’importanza di una discussione generale, congressuale per l’appunto, dovrebbe essere evidente, visto le ripercussioni che un tale accordo potrà avere sul prosieguo della contrattazione e sul ruolo delle strutture sindacali.

Appare quindi evidente che nella CGIL esiste un problema di democrazia. Quando si ha la percezione che tutto sia stato già deciso in istanze lontane dal posto di lavoro, quando le lavoratrici e i lavoratori sono chiamati a condividere scelte che non hanno discusso si rimane magari iscritti al sindacato per i servizi che offre, ma non si ha alcuna fiducia in esso.

Oggi la Cgil ha una struttura piramidale la quale, anziché poggiare sulla larga base, poggia sul vertice. Le modifiche statutarie introdotte al XVI° Congresso hanno modificato l'art. 16 che disciplina i compiti del comitato direttivo della CGIL. “Al solo Comitato Direttivo della CGIL nazionale è affidato, altresì, il compito di deliberare sulle piattaforme e sugli accordi interconfederali”.

Ciò significa che il Direttivo confederale decide, e a caduta tutta l'organizzazione ne prende atto. Viene così meno quell’indispensabile meccanismo di discussione critica, capace di determinare fiducia nel proprio sindacato: la disaffezione è il risultato di questo processo e l'abbandono può essere conseguenziale.

Nel documento “Il lavoro È” si sviluppa una narrazione di una CGIL protagonista di iniziative, di conflitto, di proposte e analisi per l'affermazione dei diritti dei lavoratori. Una narrazione che non trova alcun riscontro nel mondo del lavoro.

Il sindacato sempre più viene posto sullo stesso piano dei partiti e delle istituzioni. La caduta della solidarietà che viene addossata come colpa alle singole persone, è il frutto della più assoluta sfiducia nella capacità di tutela collettiva dei sindacati, conseguenza dell'assenza in questi anni di mobilitazioni vere, capaci di arginare lo smantellamento delle norme sul lavoro. Ciò incrementa paura, sconforto e egoismo sociale.

Il documento parla di ferite ancora aperte riferendosi alla previdenza, al Jobs Act e alla buona scuola, ma riteniamo che non si possa dimenticare l'introduzione dell'art. 8 della legge 138/2011, che consente alla contrattazione aziendale di andare in deroga non solo al CCNL ma alla stessa legge consegnando le lavoratrici e i lavoratori allo strapotere delle imprese, favorendo percorsi di corporativismo aziendale; allo smantellamento dell'articolo 18 dello “Statuto dei lavoratori” che abolisce di fatto ogni limite ai licenziamenti, alla riscrittura degli art. 4 (controllo a distanza) e 13 (demansionamento) dello Statuto medesimo ad opera del Jobs act.

Riconquistiamo tutto”

L’analisi svolta nel documento “Riconquistiamo tutto” e le proposte che contiene sono generalmente condivisibili: il grosso problema del documento in questione è che rimane puramente enunciativo e non si pone il problema dell’articolazione tattica dei contenuti che esprime.

La questione non è di poco conto, visto che l’interlocutore congressuale naturale sono le lavoratrici, i lavoratori e le classi subalterne ci si deve confrontare, in pratica, con i gruppi dirigenti centrali e periferici dell’organizzazione, che continuano a perseguire una spinta concertativa e di allineamento con il neo corporativismo di CISL e UIL. Non siamo certamente di fronte a un gruppo dirigente compatto: diciamo piuttosto che le contraddizioni che lo agitano non sono da considerarsi come dirompenti, così come accadde, per esempio, nel XIV congresso laddove si definì una minoranza di opposizione, “Lavoro e società” la quale, oltre a esprimere il 18% dei consensi esprimeva soprattutto un tessuto militante radicato nell’organizzazione e nei luoghi di lavoro. Oggi lo scenario è diverso: quella che fu l’opposizione interna è allineata e sensibile ai richiami della maggioranza, che sono ben sintetizzati nel documento “Il lavoro E’” che è un documento che, per la sua genericità, finisce per essere aperto a ogni soluzione e proposta lasciando quindi grandi possibilità di manovra alla maggioranza per ricomporre le sue contraddizioni. Potremmo anche dire che la maggioranza ha giocato molto bene le proprie carte: invece di scoprirle subito le ha celate con uno stimolo al dibattito, la traccia, appunto, che dovrebbe raccogliere i contributi delle assemblee generali che però non propongono documenti conclusivi ed è quindi presupponibile che questi contributi, che pure sono stati espressi da numerose lavoratrici e lavoratori, siano di molto edulcorati o che si disperdano del tutto.

In questa situazione l’unica area programmatica di opposizione ancora esistente, “Il sindacato è un’altra cosa” ha presentato un documento di minoranza che ha le caratteristiche di un vero e proprio manifesto politico che, in quanto tale, risulta inadeguato al percorso congressuale.

Un documento che si pronuncia su tutto ed è evidentemente difficilmente gestibile in una procedura congressuale che vede il gruppo dirigente della CGIL in grado di controllare il dibattito e isolare l’opposizione che è evidentemente debole. A titolo di paragone si ricordi il XIV congresso laddove “Lavoro e società” disponeva di forze notevolmente superiori a quelle attualmente a disposizione dell'attuale documento “Riconquistiamo tutto”, e non ostante questa disponibilità scontò difficoltà notevoli a essere presente nelle assemblee sui luoghi di lavoro.

Per tutti questi motivi la presentazione di un documento di opposizione rappresenta una scelta testimoniale e quindi una scelta debole, in quanto difficilmente gestibile tra i lavoratori e di conseguenza facilmente isolabile.

La scelta di presentare un documento alternativo deve tenere conto della forza che l’opposizione è in grado di schierare, che appare alquanto modesta nei confronti di quella della maggioranza che invece risulta agguerrita proprio perché sostenuta dall’apparato. Inoltre il programma di governo che Lega e M5S hanno elaborato parla, sia pure demagogicamente, anche alla base della CGIL quindi: meglio era presentare un documento breve, che non pretendesse di essere omni comprensivo, proponendo di preparare una grande vertenza generale su tre punti largamente unitari, capaci di saldare pubblico e privato, lavoro precario e vecchie e nuove generazioni:

Il congresso dovrebbe avere il ruolo di dare voce alle delegate e ai delegati, alle lavoratrici e ai lavoratori, specialmente nell’elaborazione e nella gestione delle piattaforme contrattuali e delle relative trattative, che devono quindi essere sottoposte al controllo della base, vincolando le delegazioni trattanti con un preciso mandato a trattare.

Quando la crescita numerica degli iscritti è accompagnata da una crescente sfiducia nel ruolo di tutela collettiva dei lavoratori siamo evidentemente di fronte ad una contraddizione che non può essere ignorata. Sono oramai diversi anni che le nuove adesioni al sindacato avvengono in gran parte attraverso il sistema dei servizi delle Camere del Lavoro, cioè attraverso un meccanismo di tutela individuale.

La constatazione di questa realtà, che testimonia il mutamento da struttura di conflitto a sistema di servizi, dovrebbe far riflettere sulla necessità di aprire una lunga stagione di reinsediamento sui posti di lavoro e sulla necessità di far diventare le Camere del Lavoro luogo di socializzazione territoriale: aperto, di incontro, di cultura e di rappresentanza di tutte quelle realtà sociali che subiscono più di altre la disarticolazione del mondo del lavoro come i disoccupati, precari, partite IVA, badanti, immigrati.

Occorre investire sui delegati e sulle strutture territoriali; attivare distacchi sindacali semestrali su progetti specifici di reinsediamento; ripensare complessivamente il funzionariato per favorire una costante alternanza tra lavoro e attività sindacale; riequilibrare verso il basso le risorse.

La situazione è allarmante, non solo perché i rapporti di forza tra capitale e lavoro sono assolutamente sfavorevoli all’azione delle classi sociali più deboli e meno tutelate nel nostro paese, ma anche perché i gruppi dirigenti confederali dimostrano di procedere verso il rilancio del ruolo concertativo e cogestionario a scapito dell’azione unitaria di massa e della partecipazione reale delle lavoratrici e dei lavoratori alla gestione del sindacato.

Organizzare una grande vertenza generale su obiettivi unitari capaci di saldare vecchie e nuove generazioni: diminuzione dell’orario di lavoro a parità di paga , pensioni, salario

Anni di arretramenti, di mediazioni al ribasso, di pratiche legate alla concertazione con il padronato pubblico e privato hanno determinato una incapacità di organizzare e dirigere il conflitto nei posti di lavoro così come nella società tutta.

Di contro si sono definiti sempre più percorsi individuali di contrattazione, rifiuto di prassi collettive e cristalline, discrezionalità totale negli avanzamenti di carriera, uso “lobbystico” delle stesse strutture sindacali ancora esistenti.

I delegati che ancora esistono nei posti di lavoro (RSU/RSA) hanno scarsa capacità di pressione poiché dietro non hanno quasi più nessuno: né la coesione e la forza del collettivo di lavoratori di cui dovrebbe essere espressione né, tanto meno, la forza e la capacità organizzativa della struttura sindacale di appartenenza.

Occorre lavorare per ricreare una struttura militante e coesa di presenza e di pressione nei confronti delle controparti padronali, private o pubbliche. A fronte della perdita di “potere” e di egemonia espressa dal movimento operaio organizzato si è diffusa, in tutti gli ambiti sociali, una cultura sempre meno solidaristica e uno sviluppo di comportamenti e pratiche sempre più individualiste.

Oggi la condizione della nostra classe è la sua totale frammentazione; la totale incapacità di incidere sulle realtà produttive e sociali, l’assoluta inerzia a fronte di una rinnovata capacità di protagonismo da parte padronale e governativa, che testimonia la volontà, sempre più esplicita, di recuperare totale discrezionalità sulla forza lavoro come agli albori del capitalismo.

Il protagonismo da parte delle nuove generazioni, necessario per una reale trasformazione degli ambiti sociali, politici e culturali, è assente; sono, ahi loro, “affaccendate” a sopravvivere fra disoccupazione, lavori precari, temporanei, nuova emigrazione. Per chi come noi è partigiano della lotta di classe esiste l’obbligo di tentare di creare e di fornire, alle nuove generazioni che si affacceranno da protagoniste nel divenire sociale, un possibile terreno di iniziative e un crogiolo di idee su cui tentare di far riiniziare l’ascesa alla nostra classe.

Usiamo e spendiamo tutta la capacità organizzativa ed il sapere delle organizzazioni sindacali e dei lavoratori. Costruiamo intorno a questi obiettivi una larga convergenza sociale con le strutture e le organizzazioni giovanili e sociali che ancora esistono seppur sparse e frammentate nei territori urbani e periferici.

Vincere, su un obiettivo, seppur minimale, può ridare la consapevolezza che la lotta paga e che è con il conflitto e con l’azione collettiva che si migliorano le condizioni sociali dell’intera comunità


Riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario

 

Una formula semplice e chiara, di facile comprensione e, forse, proprio per questo non trova spazio adeguato nel documento dove la riduzione dell'orario viene articolata più in prospettiva della flessibilità che come un potente veicolo per rilanciare l'occupazione e liberare tempo dei lavoratori dal comando dell'impresa. L’orario di lavoro in questi ultimi anni è aumentato con il ricorso di fatto obbligato allo straordinario per sopperire all’insufficienza del salario.

Part-time, contratti di formazione lavoro, contratti a termine sono tutte forme di super sfruttamento e di divisione dei lavoratori tese a garantire manodopera sfruttata e sottopagata e quindi scarsamente sindacalizzabile.

Per questo occorre riconfermare anche negli orari di lavoro una maggiore rigidità (a partire dalla grande distribuzione) proprio perché la cosiddetta flessibilità ha significato e significa esclusivamente precarietà ed è questa condizione, maggioritaria nelle nuove generazioni, che determina la frantumazione e la ricattabilità della nostra classe da parte del padronato.

 

Salario

 

La lotta salariale non ha assolutamente perso la sua importanza che anzi è andata ad accrescersi nel tempo.

La differenza tra ieri e oggi consiste nel fatto che la polverizzazione di classe, conseguente ai giganteschi processi di ristrutturazione del modello capitalistico di produzione, del mercato del lavoro e della sua organizzazione realizzati su scala internazionale in questi ultimi decenni, ha aumentato a dismisura le disuguaglianze sociali rendendo prioritaria una vertenza salariale la quale però, per essere vincente, dovrà essere inevitabilmente generale e non condotta per categorie così come si va prefigurando da parte del sindacalismo confederale e della CGIL, evidentemente per meglio poter controllare il movimento proprio perché una vertenza generale è sempre, per sua natura, sovvertitrice dell’ordine esistente soggetta com’è a sfuggire di mano.

La riaffermazione del Contratto Nazionale, così come è avvenuto nei comparti dei lavoratori pubblici, non può di per sé essere acquisito come una grande conquista allorché il blocco contrattuale per ben otto anni avrebbe dovuto spingere i sindacati a porre obiettivi ben più ambiziosi. L'insufficienza dell'azione sindacale nei settori pubblici è così confermata dall'assenza di qualsiasi mobilitazione nel settore e dal fatto che non si sia speso neppure un'ora di sciopero.

Per il salario è urgente iniziare a definire obiettivi comuni per tutti i settori lavorativi sia pubblici che privati, per i disoccupati e per gli inoccupati, per i precari e per i pensionati. Un ampio ventaglio sociale e di classe che, per le inevitabili contraddizioni che esprime, ha fino ad oggi riscontrato il sostanziale disinteresse del sindacalismo confederale e sorpreso la CGIL in una condizione di fragilità e di impreparazione ad accoglierlo e rappresentarlo, ma che deve essere riunito con un’azione sindacale capillare e inclusiva, capace di ridare ai salari il potere di acquisto che hanno perduto.

Non basta quindi declinare la sia pure condivisibile richiesta di “forti aumenti salariali”, se non si definisce e si quantifica un equo modello redistributivo che rilanci l’egualitarismo e la solidarietà di classe.

 

Pensioni


La CGIL non si è a suo tempo opposta alla “Legge Fornero” ed oggi muoversi contro quella legge è sicuramente più difficile, anche in considerazione del clima di sfiducia che quella mancata opposizione ha generato e che ha notevolmente indebolito la capacità negoziale del sindacato e la sua credibilità consentendo alla demagogia governativa ampi margini di propagandistica manovra

Il documento coglie nelle pensioni “un vero e proprio punto di rottura nel Paese...”, ma anche in questo caso non si rivendica con nettezza l'abrogazione della Fornero.

Le recenti dichiarazioni della segretaria generale della CGIL sul “superamento della legge Fornero”, costituiscono un progresso sia pure tardivo, in quanto l'assenza di una prospettiva chiara di superamento della Fornero ha indebolito l’intero movimento sindacale e screditando la CGIL: su questo il congresso deve esprimere una posizione inequivoca, contrapponendosi alla linea demagogica e propagandistica dell’attuale governo, chiedendo il superamento di questa legge e il ripristino delle quote di 40 anni di contributi e 60 anni di età.

I comunisti anarchici ieri come oggi lavorano per l'unità dei lavoratori, per un sindacato autonomo dallo Stato, dalle istituzioni, dai partiti, per un sindacato delle lavoratrici e dei lavoratori e non delle burocrazie sindacali, per un sindacato che abbia chiara l'inconciliabilità di interessi tra capitale e lavoro, per l’unità internazionale dei lavoratori.

L’attacco padronale si colloca nel quadro generale della ristrutturazione capitalistica a livello mondiale e deve essere letto come fenomeno internazionale.

L’internazionalizzazione dei processi produttivi impone l’esigenza di far crescere una nuova solidarietà internazionale delle lavoratrici, dei lavoratori e delle classi subalterne. Tale unità internazionale è essenziale contro ogni logica di politiche scioviniste e sovraniste, poiché da essa dipende la capacità di contrastare sia l’offensiva del capitalismo all’interno delle singole nazioni, sia la reale possibilità di riscatto dei popoli delle nazioni più povere con un miglioramento delle loro condizioni di vita, rimuovendo così le cause che stanno alla base dei continui flussi migratori.

I sindacalisti comunisti anarchici e libertari rivendicano il loro ruolo di forza di classe per rifondare un sindacato autogestito che superi ogni compatibilità con il sistema capitalistico per la difesa degli interessi delle lavoratrici, dei lavoratori e delle classi subalterne, per la loro organizzazione internazionale per la liberazione dal lavoro.

Difesa Sindacale