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Convegno 2 aprile 2011

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LA COMPONENTE ANARCHICA NELLA
CONFEDERAZIONE GENERALE ITALIANA
DEL LAVORO (1944 - 1960)

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Comunisti Anarchici e Libertari in CGIL

Comunisti Anarchici e Libertari in CGIL n. 54 novembre 2020

 

Per un rilancio dal basso della CGIL contro

il dirigismo dei suoi gruppi dirigenti

La fase che stiamo vivendo è forse una delle più complesse dalla fine del secondo conflitto mondiale, e questa complessità ha una inevitabile ricaduta sulle politiche sindacali, sia su quelle fino ad oggi perseguite che quelle in divenire.

La pandemia da COVID 19, e il suo recente prosieguo, ha estremamente accentuato le condizioni di una crisi che si va manifestando da oltre dieci anni e che ha visto, in tutto il mondo, il progressivo dispiegarsi dell’offensiva neoliberista volta a riconferire al capitalismo quel ruolo egemonico sulla società intera che lo scontro di classe aveva contrastato attenuandolo, sia pure temporaneamente e con discontinuità.

Anche in Italia storiche conquiste del movimento operaio e sindacale sono state cancellate ponendo in essere un attacco senza precedenti alle condizioni di vita delle classi sociali meno abbienti, per ristabilire il rapporto di forza tra lavoro e capitale inequivocabilmente a favore del capitale medesimo.

In questa situazione nella quale il padronato si sta preparando a uno scontro senza mediazioni per affermare incontrastata la logica di profitto sull’intera società scaricando i costi della crisi sui settori più deboli della popolazione, il comportamento delle organizzazioni sindacali e in particolare della CGIL appare inadeguato, esitante e subalterno al quadro economico e politico.

LA SCADENZA ELETTORALE

Le elezioni amministrative e regionali del 20 e del 21 settembre us, comprensive anche del referendum sul taglio dei parlamentari, hanno messo a dura prova l’autonomia della CGIL che ha ostentato al riguardo posizioni che, paventando l’assenza di una sponda politica parlamentare, si è ridotta a individuarla nel PD o nelle componenti più radicali e minoritarie del parlamentarismo.

Si prenda il caso del referendum sul taglio dei parlamentari. La CGIL ha assunto la seguente posizione: “la CGIL è per il No, ma non si impegnerà direttamente”.

Questa posizione, sposata dalla maggioranza della CGIL è stata obiettivamente centrista e in pratica alquanto fragile. Non si è trattato, infatti, di affermare l’autonomia della CGIL dalle manovre politiche parlamentari e referendarie ma, al contrario è stata una scelta motivata da criteri di mera opportunità politica volti a non compromettere i rapporti con il governo e quelli con CISL e UIL, nell’ottica di un’eventuale sconfitta del fronte del NO, cosa effettivamente avvenuta, al fine di salvaguardare la concertazione che si sta inconcludentemente cercando di riproporre a una confindustria che non intende trattare, si vedano i recenti pronunciamenti del suo presidente Bonomi in materia di contratti e licenziamenti.

La mancata discesa in campo della CGIL a fianco del NO come avvenne all’epoca del referendum costituzionale del 2016, ha poi suscitato il diniego delle componenti di sinistra: “Lavoro e società – sinistra confederale in CGIL” e “Democrazia e lavoro” che costituiscono parte integrante della maggioranza scaturita dagli equilibri del 18° congresso, e l’area programmatica “il sindacato è un’altra cosa – riconquistiamo tutto”, che costituisce la sinistra di opposizione assieme a una sua costola recentemente scissasi per costruire una quarta componente: tutte chiaramente e attivamente schierate per il NO.

E’ interessante notare come le posizioni dei gruppi dirigenti di maggioranza e di opposizione interne alla CGIL si riducano, attraverso vie diverse, a perseguire la subalternità alla politica: nel caso della maggioranza, che non ha ancora smaltito gli effetti di un congresso francamente inutile, il 18°, laddove si fronteggiarono i due schieramenti, l’uno favorevole a Maurizio Landini e l’altro a Vincenzo Colla il quale, dopo la vittoria di Landini e l’accettazione del ruolo di vicesegretario della confederazione, appositamente riesumato per lui ritenne, tanto per affermare l’autonomia della CGIL altrimenti professata, di mollare tutto e di andare a far parte della giunta regionale dell’Emilia Romagna chiamato dal governatore Stefano Bonacini del PD; mentre, nel caso delle minoranze, invero tra loro assai rissose, si è chiaramente affermata la priorità del NO al referendum richiedendo, senza troppe cerimonie, che la CGIL si schierasse ufficialmente con loro.

Per obiettività è doveroso ricordare che queste minoranze hanno nei loro programmi obiettivi sindacali molti dei quali assolutamente condivisibili, il che sposta le divergenze tra queste componenti su di un piano squisitamente politico: ma è altrettanto doveroso rilevare che questi obiettivi non sono stati sostenuti, dentro e fuori la CGIL, con la medesima energia con la quale è stata affrontata la campagna per il NO. Questo non ostante la riuscitissima iniziativa sindacale unitaria, unica nel suo genere, celebrata dalle predette minoranze a Livorno il 21 gennaio del 2020 la quale, sia pure affermando anch’essa obiettivi sindacali condividibilissimi e non obiettivi politici come nel caso della campagna per il NO, non ha avuto esito alcuno lasciando quegli obiettivi sulla carta, “alla roditrice critica dei topi”, contraddicendo gli intenti unitari provenienti da interi settori militanti dell’opposizione interna. In ogni caso all’interno del gruppo dirigente della CGIL, in tutte le sue istanze centrali e periferiche, nelle sue maggioranze e minoranze è comunque ben radicata la ricerca di una sponda parlamentare: chi la ricerca nel PD chi in una nuova entità politica di sinistra da costruire, riducendosi a affermare che la linea sindacale deve scaturire dalle istanze politiche ed istituzionali e in esse risolversi, per essere da queste dettata e scandita secondo priorità che non nascono dalle esigenze di difesa delle lavoratrici, dei lavoratori e delle classi subalterne e dal coinvolgimento nelle mobilitazioni delle componenti sociali che sopportano il peso della crisi.

Si potrebbe obiettare che la CGIL non deve essere estranea alla politica né insensibile alla difesa della “democrazia”, e lo sappiamo benissimo: basti, al riguardo, considerare la storia del movimento operaio e sindacale per comprendere che quando ci si è posti sul terreno istituzionale, assumendolo come prioritario, anche episodicamente, rispetto all’unità della classe lavoratrice da realizzarsi sulla base della difesa dei suoi interessi immediati, si è corsi incontro alla sconfitta. Esempi a bizzeffe che non elenchiamo per non tediare gli astanti, ma il riferimento “alla marcia dei 40.000” che nell’ottobre del 1980 segnò l’aspra sconfitta della vertenza FIAT aprendo la strada all’offensiva padronale è, crediamo, molto appropriato in riferimento a un gruppo dirigente sindacale che si distacca dalla difesa degli interessi della nostra classe per seguire obiettivi politici (Compromesso Storico e svolta dell’EUR) che conducono alla sconfitta.

La considerazione secondo la quale gli interessi delle lavoratrici e dei lavoratori si difendono anche difendendo gli spazi democratici è poi ovvia, alquanto fragile, omissiva e pericolosa perché mette in soffitta il ruolo del sindacato. E chiaro anche alle pietre che una democrazia borghese solida e garantista è meglio di una fragile e autoritaria, ma è anche vero che il compito del sindacato non è quello di difendere la democrazia formale che si basa sulla costituzione ma quella reale, concimandola con la pratica dell’autorganizzazione, della gestione diretta delle lotte e dell’organizzazione sindacale dal basso dove esercitare costantemente proprio quella democrazia diretta che ha illuminato le migliori stagioni del movimento sindacale italiano, europeo e internazionale.

E anche sulla Costituzione nata dalla Resistenza e sui Padri costituenti ci vuole una chiarezza che invece difetta.

La CGIL dovrebbe mollare la retorica costituzionale e attingere invece al proprio patrimonio di democrazia e di libertà che esprime contenuti enormemente più vivi che precedono la carta costituzionale che se ne è appropriata istituzionalizzandoli per renderli generici e inoffensivi, proprio perché sovversivi degli equilibri istituzionali borghesi e capitalistici che si voleva far sopravvivere al fascismo, proprio perché la ricostruzione doveva essere capitalista e borghese in considerazione della gestione dei cospicui aiuti USA del Piano Marshall, quantificabili in oltre 1.200 milioni di dollari erogati dal 1948 al 1951. Ma la tendenza è un’altra.

Nel suo intervento del 16/07/2020 (“Il mercato ha fallito. Servono più Stato e zero precarietà”) Maurizio Landini, Segretario Generale della CGIL, assume il documento “Oltre la crisi progettiamo il futuro” di Daniele Archibugi, Laura Pennacchi e Edoardo Reviglio (“Collettiva”) E’ questo un documento animato da uno spirito neokeynesiano ma propagandistico e antiquato che, fuori dai reali contesti di classe, si riduce a riproporre in modo decontestualizzato il ruolo dello stato come investitore dopo un ventennio di politiche neoliberiste. Il documento è costituito da una serie di pronunciamenti a effetto con elenchi di ciò che sarebbe giusto realizzare nel quadro di una inevitabile ingegneria istituzionale dai contenuti verticistici. Prima si crea la scatola e poi i contenuti quando, invece, si dovrebbe agire viceversa: prima investire le risorse secondo le priorità di una redistribuzione della ricchezza sociale accumulata in profitti e rendite, vale a dire in contratti collettivi nazionali di lavoro, pensioni, sanità, scuola, edilizia popolare, CIG, sostegno ai redditi e alla povertà diffusa, attribuendo priorità a una vertenza unitaria su salario e riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di paga.

La recente recrudescenza della pandemia COVID rende poi necessaria la definizione di una politica fiscale equa e di una concreta lotta all’evasione, per una redistribuzione della ricchezza sociale prodotta alle classi sociali maggiormente colpite dalla crisi che altrimenti sbandano a destra, come dimostrano le recenti elezioni amministrative in Toscana.

La sofferenza del ceto medio che è emersa in queste ultime settimane con le dimostrazioni dei piccoli esercenti che ha catalizzato anche figure sociali più articolate, quali il precariato sempre più instabile, le partite IVA unitamente a ampi settori di lavoro nero e alla condizione di ampie fasce di popolazione giovane e anziana immiserita dalla crisi (lavoro povero), rendono necessario il reperimento di risorse che, per non gravare sulla nostra classe, deve comprendere con urgenza l’istituzione di una patrimoniale.

In ogni caso i sussidi dovranno essere prioritariamente rivolti a contrastare l’insostenibile situazione del lavoro povero e precario che ha complessivamente generato profitti enormi, e qua sorge la necessità di un chiarimento: se è da comprendere il malessere dell’imprenditoria diffusa che ha visto e vede incrinarsi i propri proventi dalla vicenda COVID, è anche doveroso riconoscere che settori non irrilevanti di questa imprenditoria hanno beneficiato di una fisiologica e tollerata evasione fiscale e dello sfruttamento generalizzato della forza lavoro attraverso contratti compiacenti nel migliore dei casi e con il lavoro al nero nel peggiore.

Questo per affermare che le conseguenze sociali e reddituali di una crisi sono numerose e complesse come le strategie necessarie a contrastarle e che è necessario evitare semplificazioni esaurendo l’orizzonte in una suggestiva e generica “proletarizzazione dei ceti medi” la quale, dovendo in ogni caso esser meglio declinata, potrebbe accrescere ulteriormente l’ingiustizia nei confronti di chi ha vissuto e vive una condizione di miseria. I ceti medi si stanno impoverendo, ed è una tendenza generale e non solo italiana: ma è un impoverimento che questi ceti rifiutano proprio perché la loro condizione di declino convive con la conservazione di alcune condizioni di agiatezza, conquistate a costo di sacrifici come la proprietà della casa, dell’esercizio commerciale, della manifattura, dei mezzi di trasporto necessari alla produzione ecc.., con l’ambizione di una nuova promozione sociale. Questi ceti sociali sono per definizione instabili anche politicamente e non sono organicamente parte della nostra classe. Questo non significa che debbano essere considerati nemici ma, se si parla di sussidi ai loro redditi falcidiati, questo deve avvenire in base a un travaso di risorse che individui la fonte nei profitti e nelle rendite e non nei redditi medio/bassi: per storia, condizioni sociali e prospettive di classe non siamo tutti sulla stessa barca.

Se da una parte la CGIL ha significativamente “portato a casa” il blocco dei licenziamenti e la proroga della CIG fino al 31/03/2021, anche se il relativo DL (DL n. 104 del 14/08/2020) prevede all’art. 14 una deroga che costituisce un grimaldello per aggirare il blocco dei licenziamenti medesimo e che è passato sotto silenzio da parte della CGIL come meglio chiariamo nell’articolo che segue (“Quando si smarrisce la bussola…”); se le mobilitazioni dei Reader hanno determinando la sentenza della cassazione n. 1163 che stabilisce loro lo “status” di lavoratori subordinati; se il prosieguo delle medesime mobilitazioni hanno incrinato l’efficacia del contratto capestro siglato dall’UGL, consentendo ai Rider di Just Eat un contratto di lavoro dipendente costituendo un importante precedente per le lavoratrici e i lavoratori di altre aziende, se le lavoratrici e i lavoratori dello spettacolo si sono mobilitate e mobilitati; se è stato chiuso il contratto delle lavoratrici e dei lavoratori del legno; se la FIOM ha ottenuto il ritiro di 250 licenziamenti alla Arcelormittal di Genova; se le lavoratrici e i lavoratori delle aziende multiservizi hanno aderito allo sciopero congiunto indetto dalla FILCAMS e dalla FP CGIL il 13 novembre us ebbene, tutte queste mobilitazioni e vittorie sia pure parziali ma non sottovalutabili, alle quali la CGIL ha dato il proprio sostegno, sono la prova che è la mobilitazione il motore della resistenza all’offensiva padronale e la partecipazione e l’organizzazione dal basso la via per a riscuotere consensi, anche tra i settori meno rappresentati che, come i rider hanno dimostrato, sono in grado di rappresentarsi in autonomia, costituendo uno stimolo e non un freno all’organizzazione sindacale.

Se quindi tutte queste azioni e mobilitazioni costituiscono la premessa per la ripresa di un percorso di resistenza, è necessario rilevare che all’interno del gruppo dirigente della CGIL vi è un chiaro ripiegamento verso la concertazione.

L’organizzazione, ben prima dell’ultimo congresso, era già caratterizzata da un dirigismo che vedeva un ruolo accresciuto di alcune categorie determinando, a livello centrale e periferico, quella verticalità del ruolo dell’organizzazione sindacale che mortifica e scoraggia la partecipazione dal basso delle lavoratrici e dei lavoratori e che si è notevolmente incrementata con la crisi COVID.

Queste osservazioni e contenuti non sono certo pareri isolati, ma costituiscono motivo di discussione anche nelle varie anime dell’opposizione interna alla CGIL: osservazioni e contenuti che dovranno essere presi in seria considerazione non elusi dalla programmata Conferenza di Organizzazione che rischia di essere inutile se non realizzerà la partecipazione delle iscritte e degli iscritti per un rilancio dal basso della CGIL contro il dirigismo dei suoi gruppi dirigenti.

Difesa Sindacale


Quando si smarrisce la bussola della difesa delle lavoratrici e dei lavoratori

In questi mesi di pandemia scossi dalla emergenza sanitaria, quando la quotidianità è stata scandita dalla cruda realtà dei contagi e delle vittime, le organizzazioni sindacali hanno dovuto affrontare il duplice problema della sicurezza sui posti di lavoro e la difesa dell'occupazione fortemente messa in difficoltà da una crisi economica che non trova riscontri nella storia della modernità. Come abbiamo scritto in altri articoli, secondo noi l'esigenza fondamentale era quella di assumere un profilo di conflitto capace di mettere sul tappeto la necessità di politiche sindacali tese a snidare la ricchezza che nel nostro paese, come per altro nel resto del mondo, è concentrata in poche mani. Le politiche di indebitamento messe in atto, ammesse che trovino la strada per essere percorse, prospettano un futuro di sacrifici per molti anni e forse per generazioni, nel mentre tutti gli osservatori economici ci dicono che la ricchezza non solo continua a polarizzarsi, ma questo trend oramai storico, con la pandemia ha subito una accelerazione. La strada maestra per provare, se non ad invertire quantomeno a rallentare questi processi passava attraverso una seria patrimoniale e sul terreno più concretamente sindacale attraverso una riduzione sostanziale dell'orario di lavoro a parità di salario. La cronaca di questi giorni ci racconta altri scenari. L'incapacità di unificare le vertenze contrattuali, che o non si chiudono, o si chiudono con aumenti salariali irrisori. I vertici delle confederazioni in questi difficili mesi non hanno assunto come interlocutori privilegiati i loro associati, ma si sono distinti come umili questuanti nei confronti del governo e subalterni alla confindustria che con arroganza detta condizioni ed elabora piani ventennali in cui immagina una forza lavoro strutturalmente precarizzata e con salari unicamente dipendenti dall'andamento economico delle aziende. Emblematiche le “giornate del lavoro” organizzate in questo mese di novembre dalla Cgil dove le voci del lavoro erano assenti e il segretario generale Landini ha cinguettato con il premier e con il capo della confindustria. All'attivo della iniziativa sindacale vi sono gli interventi sul prolungamento della cassa integrazione e il blocco dei licenziamento al 31 di marzo 2021. La norma in questione è contenuta nel DL 104 del 14 agosto 2020, convertito in legge 126 del 13 ottobre 2020. Ma come recita il motto popolare “fatta la legge trovato l'inganno”, e l'inganno non sta nel modo di eluderla aggirandola, come suggerisce il proverbio, l'escamotage è nella legge stessa. Infatti all'art. 14 possiamo testualmente leggere: ”Le preclusioni e le sospensioni di cui ai commi 1 e 2 (blocco dei licenziamenti) non si applicano ….... nelle ipotesi di accordo collettivo aziendale, stipulato dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative a livello nazionale, di incentivo alla risoluzione del rapporto di lavoro, limitatamente ai lavoratori che aderiscono al predetto accordo, a detti lavoratori e' comunque riconosciuto il trattamento di cui all'articolo 1 del decreto legislativo 4 marzo 2015, n. 22. (Naspi)

Noi non conosciamo le pressioni e le mediazioni tra le forze politiche che hanno portato ad introdurre questo grimaldello legislativo nella legge, ci aspettavamo però che questo articolo venisse duramente criticato per la sua oggettiva pericolosità nella considerazione che in molte aziende, soprattutto di piccole e medie dimensioni, i lavoratori e le rappresentanze sindacali potrebbero realisticamente “essere costretti” a subire accordi di tale fatta. La critica non vi è stata, nessuna stigmatizzazione di questo articolo è venuto dalle confederazioni sindacali, anzi vi è chi al contrario si fa promotore di questi accordi diffondendo un volantino a sostegno tra i lavoratori. Nello specifico la Filcams Cgil (vedi volantino sotto) che sponsorizza questa possibilità, invitando i lavoratori a contattare il sindacato. Forse non si è perso la bussola, ma drammaticamente l'ago è rivolto contro i lavoratori.

Carmine Valente Spi Cgil Livorno

Permasteelisa : un copione già visto su uno sfondo di guerra commerciale fra USA e Cina.

Ecco che il conto da pagare arriva puntuale, 150 esuberi, che il fondo Atlas si prepara ad impiattare come antipasto per la nota azienda di Vittorio Veneto operante nel mercato internazionale delle costruzioni, specializzata in rivestimenti architettonici in vetro e acciaio.

Operazione che toglierà l'autonomia tecnica e di elaborazione al sito produttivo vittoriese in quanto riguarda quasi totalmente la parte impiegatizia preparando l'azienda ad una nuova probabile vendita come terzista dopo i passaggi di proprietà che l'hanno portata nel paese del Sol Levante .

La giusta esecuzione per la sua quasi vendita ai cinesi, bloccata dalle lobby che sostengono Trump, un'altra battaglia vinta dalla guerra commerciale fra le potenze industriali statunitensi e cinesi .

Come per la rana bollita che non si rende conto della sua sorte fino a quando il bollore non l'uccide le sorti dell'azienda sembrano ormai decise nel silenzio delle istituzioni locali e la sua politica di tutti gli schieramenti e l'attacco ai lavoratori non può che partire dal settore impiegatizio il meno sindacalizzato come di abitudine nella gioiosa marca trevigiana .

Come un film già visto si rischia, se non si pone un freno e una visione collettiva, di perdere un azienda che rappresenta capacità e forza del nostro territorio come lo è stato per altre aziende storiche perse per strada, pensiamo alla Sicca, alla Carnielli e Colussi o alle storiche tessiture.

Con la crisi del 2008 dei debiti subprime e la coda catastrofica che stiamo vivendo con l'emergenza covid19 il nostro territorio si sta impoverendo sul piano economico e precarizzando nei rapporti di lavoro.

Proprio per questo non possiamo accettare una simile soluzione; non si risolve la crisi scaricandola sui lavoratori, non ci si salva con la cassa integrazione e le buone uscite, ma neanche con il libero licenziamento che vorrebbe Confindustria. Se c'è una cosa che ci insegna la pandemia è che ci si salva tutti insieme , impiegati e operai per mandare avanti la fabbrica, ma anche la fabbrica e gli esercizi commerciali della città, il suo ospedale, sempre in bilico per essere decurtato di reparti, un tessuto economico che vive e lavora negli stessi luoghi, ma sembrano lontani e divisi, o rappresentati tali, da una politica autorappresentativa e martellati chi da fondi finanziari, chi dai monopolisti del commercio e chi dai manager pubblici . C'è bisogno di immaginare e costruire un futuro per i lavoratori di Vittorio Veneto resistendo nella vertenza Permasteelisa e unificando le lotte del territorio per ridare peso e senso di identità alla comunità dei lavoratori che qui vive e lavora, non numeri ma persone!

Non tagli ma investimenti!

Alessandro Fico Cgil Fiom Vittorio Veneto


La pace sociale

Un fiore in memoria di Rinaldo il Cipputi vittoriese


Il 3 dicembre del 2018 passava il testimone ai suoi compagni di officina Rinaldo Grava storico RSU della Rica Zoppas industries di Vittorio Veneto.

A due anni di distanza manca la sua presenza costante ai direttivi fiom, alle riunioni Anpi e alle innumerevoli riunioni della "sinistra" vittoriese accompagnato sempre dai giornali : la cronaca locale , il Manifesto, l'Unità (sempre meno), Lotta Comunista e l'immancabile Vernacoliere !

Militante tipo di cui oggi se ne sente la mancanza in tanti giovani e meno giovani, troppo abbarbicati fra miserie digitali e individualismo, mentre lui credeva nei lavoratori prima di tutto .

Ci piace immaginarti in coda al corteo con la bandiera sempre al vento oppure silente nei prati del museo partigiano sopra il tuo villaggio, Revine Lago, magari masticando parole e biascicando tra il veneto e l'italiano una battuta e una freddura, magari il tuo motto fra i tuoi pensieri liberi "il tempo è il nostro padrone"


militanti anarchici in CGIL

GAETANO GERVASIO

Gaetano Gervasio nasce a Monteverde (AV) il 2 gennaio 1886. Frequenta la scuola fino alla terza elementare e lavora nei campi con i genitori; nel 1897 si trasferisce a Melfi come apprendista falegname, mestiere che continua a svolgere a Cerignola, Venezia, e poi a Milano dove partecipa attivamente alla vita della propria Lega di mestiere e della Camera del Lavoro fino a tutto il 1911. Dopo un periodo di lavoro in Svizzera e negli Stati Uniti, rientra a Milano nel 1913 e si avvicina al movimento anarchico partecipando alle agitazioni promosse dalla Unione Sindacale Milanese ed intervenendo nel dicembre dello stesso anno al II° Congresso nazionale della Unione Sindacale Italiana – l’organizzazione fondata da sindacalisti rivoluzionari ed anarchici che avevano abbandonato la Confederazione Generale del Lavoro - schierandosi a favore della proposta di organizzazione dei sindacati nazionali di industria. Dopo un breve periodo di emigrazione in Francia risiede a Torino dal 1915 al 1920 lavorando come motorista meccanico e svolgendo funzioni amministrative nella USI, in rapporto con Gramsci e vicino alla esperienza consiliare. La sconfitta seguita all’occupazione delle fabbriche del settembre 1920, oltre che la perdita del lavoro, lo inducono ad una nuova emigrazione in Francia da cui però viene espulso nel 1922. Rientrato in Italia, nel gennaio 1923 si trova a Milano dove è membro del Comitato Esecutivo oltre che segretario amministrativo dell’Unione Sindacale Italiana. Intanto la repressione governativa si intensifica: più volte arrestato, partecipa nel giugno 1925 a Genova al Convegno nazionale dell’USI tenuto clandestinamente a causa del decreto di scioglimento dell’organizzazione da parte del regime fascista. In questo periodo Gervasio gestisce a Gorla, alla periferia di Milano, una officina (la “officina rossa”) dove lavorano compagni perseguitati ed impossibilitati a trovare lavoro altrove. Il suo antifascismo gli costa più volte fermi ed arresti. Dopo il fallimento della sua officina, avvenuto nel 1935, Gervasio svolge diversi lavori, da ultimo come operaio in una fabbrica di tappi di bottiglia. Dopo l’8 settembre 1943 è in contatto con numerosi antifascisti e partecipa attivamente agli scioperi del marzo 1944. Arrestato, riesce a fuggire prima del suo trasferimento a Dachau e si nasconde nel cascinale di un compagno operaio nella campagna vicino a Pavia dove, entrato in contatto con un gruppo di socialisti, partecipa a riunioni ed alla distribuzione di volantini nelle fabbriche. Nell’immediato dopoguerra Gervasio diventa una delle figure di spicco del riorganizzato movimento anarchico e della componente anarchica all’interno della CGIL. Nel giugno 1945, al primo convegno interregionale della Federazione comunista libertaria Alta Italia, Gervasio tiene la relazione sull’organizzazione sindacale e la posizione degli anarchici; in detto convegno si ritiene opportuno prendere una chiara posizione a favore della unità sindacale raccomandando a tutti i militanti l’impegno a lottare nell’organizzazione di massa e nelle strutture di base del movimento operaio. Nel settembre dello stesso anno, in occasione delle elezioni dei delegati della FIOM, fa parte della lista sindacale presentata dalla Federazione Comunista Libertaria a Milano che raccoglie il 4% dei suffragi (17.216 voti). Nel maggio 1946, in occasione del primo convegno dei Comitati di Difesa Sindacale, nati per coordinare l’azione degli anarchici all’interno del mondo del lavoro, Gervasio viene eletto nel Comitato nazionale di detti organismi. Fautore dell’unità sindacale all’interno della CGIL, è membro a Milano del Comitato Esecutivo della Confederazione e del Direttivo provinciale della FIOM in rappresentanza dei lavoratori della FISEM, l’azienda in cui lavora come operaio. Nel frattempo collabora intensamente al periodico “Il Libertario”. Anche nel periodo delle scissioni sindacali Gervasio, spesso in polemica con l’orientamento di altri compagni all’interno della Federazione Anarchica Italiana, che si era costituita nel congresso nazionale di Carrara del settembre 1945, continua a sostenere la necessità per gli anarchici di rimanere nella CGIL e soprattutto di difendere la natura classista ed unitaria del sindacato a dispetto del proliferare delle correnti partitiche, come afferma pure nel suo intervento al II° Congresso nazionale della CGIL nell’ottobre del 1949; in quella occasione esprime inoltre la sua critica all’accettazione di mandati politici e parlamentari da parte di chi occupa cariche direttive nel sindacato. Nello stesso 1949 è tra i protagonisti del convegno di studi tenutosi a Milano, in agosto, sui rapporti tra movimento anarchico e movimento dei lavoratori, in cui sostiene una posizione favorevole all’assunzione di cariche all’interno degli organismi confederali. Viene eletto nel Direttivo nazionale della CGIL, al termine del Congresso del 1949, e nello stesso periodo è anche membro sia del Comitato Esecutivo della Camera Confederale del Lavoro di Milano che del Comitato Centrale della FIOM, organismo questo di cui continua a fare parte anche in seguito per poi proseguire il suo impegno tra i pensionati dopo essersi ritirato dal lavoro in fabbrica a 72 anni. Viene nuovamente eletto nel Direttivo nazionale della CGIL al III° Congresso del 1952, al IV° Congresso del 1956, al V° Congresso del 1960; in quegli anni partecipa attivamente anche alle attività di patronato sindacale e viene eletto nel Direttivo nazionale e della provincia di Milano dell’INCA. Continuerà sempre a battersi per l’impegno degli anarchici nella CGIL ma si interesserà, in particolare negli ultimi anni, così come aveva fatto in quelli della giovinezza, delle comunità educative libertarie e laiche a cui dedica volontariamente molto del suo tempo libero: tra queste la Scuola Moderna Francisco Ferrer ed il Centro Educativo Italo-Svizzero. Gaetano Gervasio muore a Napoli il 25 novembre 1964.

a cura di m.s.

Bibliografia.

AA.VV. - Dizionario biografico degli anarchici italiani. Vol. I°. BFS Edizioni, 2003.

Gaetano e Giovanna Gervasio – Un Operaio semplice. Storia di un sindacalista rivoluzionario anarchico (1886-1964). Zero in condotta, 2011.

Ugo Fedeli (a cura di) - Federazione Anarchica Italiana. Congressi e convegni (1944-1962). Edizioni della libreria della F.A.I., 1963.

Adriana Dadà – L’anarchismo in Italia: tra movimento e partito. Teti editore, 1984.

I Congressi della CGIL. Vol. III°, IV°-V°, VI°. Editrice Sindacale Italiana, 1970.

Roberto Manfredini (Tesi) - Difesa Sindacale: la componente anarchica nella Confederazione Generale Italiana del Lavoro (1944-1960). Università di Bologna, anno accademico 1986/87.